Sarebbe stata ritirata la riforma della medicina territoriale che prevedeva, tramite decreto legge, l’inserimento dei medici di famiglia nelle Case di Comunità e il passaggio alla dipendenza per una parte di loro. Secondo quanto si apprende da fonti ministeriali, la decisione sarebbe stata comunicata dal capo di gabinetto del ministero della Salute Marco Mattei agli assessori regionali alla sanità. Il decreto dovrebbe esser sostituito da un accordo da approvare attraverso un emendamento a un atto del governo o da inserire nell’atto di indirizzo della convenzione con la medicina di famiglia, vicino al rinnovo.
Il testo, presentato dal ministro della Salute Orazio Schillaci alla Conferenza delle Regioni e poi da queste rielaborato, non era mai stato presentato formalmente ma era diventato oggetto di polemiche e scontro con i sindacati che chiedevano di essere coinvolte nelle scelte che li riguardano in prima persona. In ultimo era emerso un dissenso interno al centrodestra, con alcuni partiti che avevano fatto pressione per un passo indietro.
La protesta
La riforma di medicina generale è stata avversata dai sindacati di categoria fin dal primo giorno. Oggi che il progetto voluto dal ministro della Salute Orazio Schillaci sembra essersi arenato a causa di resistenze interne alla stessa maggioranza, i medici di medicina generale sottolineano: “Una riforma che non ha né capo né coda – dice a LaPresse Pina Onotri, segretaria generale del Sindacato medici italiani – In un contesto di carenza di risorse non si può pensare che i medici in servizio, su cui grava già un carico di pazienti enorme, possano stare contemporaneamente negli studi e, per un certo numero di ore, nelle Case di Comunità”.
È il ruolo unico, a cui il sindacato si è già opposto in passato e a cui devono sottostare “i giovani medici che entrano in servizio dal 1 gennaio 2025: significa che hanno l’obbligo di lavorare per 38 ore settimanali nelle Asl e al contempo aprire gli studi in periferia, dove c’è maggiore carenza di medici”, spiega Onotri. “La soluzione individuata dalla politica è quella di Arlecchino come servitore di due padroni, ma non può funzionare: aggrava il carico di lavoro dei medici di famiglia, che già oggi è insostenibile. E sta provocando l’abbandono della professione da parte di molti colleghi”.
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