Nasce a Torino la Carta Arcobaleno: prima guida dell’Ordine dei giornalisti scritta con la comunità LGBTQIA+

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Svolta storica. Per la prima volta l’Ordine dei giornalisti approva una Carta deontologica dedicata al racconto delle persone LGBTQIA+: un precedente destinato a incidere sul linguaggio delle redazioni e sulla formazione futura della professione. Si chiama Carta Arcobaleno e sarà presentata domenica 17 maggio 2026, dalle 14.45 alle 15.45, al Salone del Libro di Torino, nello spazio della Città di Torino (Lingotto Fiere, Padiglione 1), tra gli appuntamenti del Pride torinese.

Un debutto dal forte valore simbolico, nella Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, che segna un precedente nazionale e arriva al termine di mesi di lavoro, confronto e consultazione pubblica. Il documento è stato promosso dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte insieme al Coordinamento Torino Pride, con il contributo di professioniste e professionisti dell’informazione impegnati sui temi del linguaggio, dell’inclusione e della deontologia. Interverranno Sofia Darino, in rappresentanza del Coordinamento Torino Pride; Gabriele Guccione, consigliere dell’Ordine e coordinatore del tavolo di lavoro che ha redatto la Carta; Antonella Mariotti, consigliera tesoriera dell’Ordine; Jacopo Rosatelli, assessore ai Diritti della Città di Torino; e Stefano Tallia, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Modera Maria Teresa Martinengo, segretaria dell’Ordine. È prevista anche la traduzione in LIS, Lingua dei segni italiana.

Il percorso iniziato un anno fa

La Carta nasce da un percorso avviato lo scorso giugno, quando il Consiglio regionale dell’Ordine aderì al Torino Pride come segnale pubblico contro ogni forma di discriminazione, nel solco dei principi già contenuti nel Testo unico dei doveri del giornalista. Da quel momento si è aperto un tavolo di lavoro che ha riunito sensibilità diverse, competenze professionali ed esperienze maturate sul campo. L’obiettivo era costruire uno strumento utile, non soltanto simbolico: qualcosa che potesse servire davvero nelle redazioni, nei percorsi formativi e nella gestione quotidiana delle notizie. La bozza finale è stata poi sottoposta a consultazione pubblica tra iscritte e iscritti, secondo una prassi già adottata per altri documenti deontologici.

Perché una Carta specifica

La domanda è inevitabile: serve davvero una Carta dedicata alle persone LGBTQIA+, quando esistono già il Codice deontologico e il principio generale del rispetto della persona? La risposta sta nella storia stessa del giornalismo italiano, che negli anni si è dotato di strumenti specifici su minori, persone migranti, persone detenute, violenza di genere e disabilità. Non per creare gerarchie tra diritti, ma perché esistono ambiti in cui gli errori si ripetono con maggiore frequenza e in cui la narrazione incide direttamente sulla qualità dell’informazione. Nel caso LGBTQIA+, le criticità sono note: outing non consensuali, uso del nome anagrafico precedente di persone transgender, titoli caricaturali, rappresentazioni folkloristiche e dettagli irrilevanti messi in evidenza solo per suscitare curiosità o rafforzare, spesso inconsapevolmente, stereotipi.

Cosa contiene il testo

La Carta Arcobaleno propone dieci principi operativi. Tra questi figurano l’uso di un lessico rispettoso e aggiornato, la tutela della privacy, il ricorso a fonti qualificate, l’attenzione ai titoli e alle immagini, il rifiuto della spettacolarizzazione, l’uso del nome e dei pronomi scelti, la moderazione dei commenti d’odio sulle piattaforme digitali e la promozione della formazione interna nelle redazioni sui temi della diversità, dell’equità e dell’accessibilità. Tra le novità più significative c’è anche l’ingresso, per la prima volta in un documento dell’Ordine dei giornalisti, della figura del Diversity Editor: la Carta invita infatti, laddove possibile, a promuoverne l’individuazione nelle redazioni come presidio culturale e professionale sui temi della rappresentazione, dell’inclusione e del linguaggio ampio e plurale.

Cose ovvie, si dirà. Eppure basta aprire siti d’informazione, social delle testate e giornali di oggi per accorgersi che non lo sono affatto. Titoli ammiccanti, linguaggi datati, identità trasformate in etichette o bersagli polemici continuano a essere una realtà quotidiana. Non mancano i casi in cui l’orientamento sessuale viene evidenziato senza alcuna rilevanza giornalistica, o persone raccontate solo attraverso una definizione identitaria. Il testo contiene anche un glossario essenziale, pensato non per imporre definizioni ideologiche, ma per chiarire termini spesso usati in modo improprio nel dibattito pubblico e nel racconto mediatico. L’idea di fondo è semplice: chi legge ha diritto a un’informazione corretta, completa e non distorta da stereotipi. Perché quando una notizia è scritta male, perde chi la subisce e perde anche chi la legge.

Il confronto sul linguaggio

Durante la consultazione non sono mancate osservazioni critiche. C’è chi ritiene superflua una Carta di questo tipo e sostiene che bastino la professionalità individuale, il buon senso e il Codice deontologico. Altri temono che documenti simili possano trasformarsi in tentativi di imporre un linguaggio artificiale o ideologico. Obiezioni legittime, che fanno parte del confronto pubblico. Ma la Carta non interviene sulle opinioni personali né prescrive formule obbligatorie. Non dice cosa pensare, suggerisce come lavorare meglio. La deontologia giornalistica, del resto, già oggi disciplina aspetti essenziali del mestiere: tutela dei minori, privacy, verifica delle fonti, rettifiche, presunzione d’innocenza. Nessuno considera questi principi una censura. Sono standard professionali.

Il peso delle parole nelle redazioni digitali

La Carta arriva in un momento in cui una parte crescente dell’informazione passa da social network, notifiche, reel, video brevi e titoli consumati in pochi secondi. Spesso il titolo corre più del testo, e il commento più della verifica.

In questo scenario, precisione linguistica e consapevolezza vengono considerate sempre più un elemento di qualità editoriale. Un titolo ambiguo o sensazionalistico può produrre danni molto più rapidamente di un articolo letto integralmente. Lo stesso vale per i commenti d’odio lasciati proliferare sotto i contenuti delle testate.

Torino laboratorio nazionale

Che la presentazione avvenga a Torino non è casuale. La città, negli ultimi anni, ha spesso rappresentato un laboratorio sui temi dei diritti civili, dell’inclusione e dell’innovazione sociale: un contesto in cui una Carta come questa poteva nascere, essere discussa e trovare terreno fertile. Qui è nato nel 1971 il FUORI!, primo movimento di liberazione omosessuale italiano. Qui si svolge il Lovers Film Festival, il più antico festival cinematografico LGBTQIA+ d’Europa. Qui il Pride è diventato nel tempo uno degli appuntamenti più riconosciuti del calendario nazionale.

In questo percorso si inserisce anche il mondo dell’informazione: La Stampa è stato il primo grande quotidiano italiano a partecipare al Torino Pride con un carro e una delegazione di giornaliste e giornalisti, segnando un precedente simbolico nel rapporto tra media tradizionali e diritti civili.

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La Carta Arcobaleno nasce dunque in una città che da tempo sperimenta linguaggi, pratiche e spazi pubblici più aperti. Non è un dettaglio geografico, ma il segno che certe innovazioni maturano dove esistono già le condizioni per farle crescere.

Il percorso continua con la formazione

Dopo la presentazione del 17 maggio, il lavoro proseguirà subito sul piano professionale. Il 27 maggio 2026 l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte organizza infatti un corso deontologico interamente dedicato al documento: “La Carta Arcobaleno. Per un’informazione rispettosa e consapevole sulle persone LGBTQIA+”. L’appuntamento si terrà dalle 10 alle 13 nella Sala Toniolo di Palazzo Ceriana-Mayneri, sede storica dell’Ordine. Il corso, gratuito e in presenza, assegna 5 crediti formativi. È un passaggio significativo: la Carta smette di essere soltanto un testo da presentare e diventa materia concreta di aggiornamento professionale, confronto su casi reali, rappresentazione, titolazioni, fonti e responsabilità editoriale.

A rafforzare il peso dell’iniziativa sarà anche la partecipazione di Carlo Bartoli, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti per il triennio 2025-2028, recentemente confermato alla guida dell’ente. La sua presenza segnala l’attenzione nazionale verso il percorso avviato in Piemonte, proprio mentre la Carta Arcobaleno compie un altro passaggio decisivo: l’ingresso nella formazione giornalistica.

L’ambizione nazionale

È questo, forse, il dato più rilevante: il tema esce dalla dimensione episodica o percepita come specialistica e viene riconosciuto come questione professionale. L’obiettivo di fondo è portare il documento all’attenzione del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, affinché possa essere valutato e, in prospettiva, adottato su scala nazionale. Se accadesse, i suoi principi potrebbero diventare patrimonio comune della categoria e materia di studio anche per chi si prepara a diventare pubblicista o professionista. In altre parole, non più temi trattati come eccezioni, emergenze o inciampi lessicali, ma parte ordinaria del mestiere di informare il Paese reale.


* L’autore ha partecipato al gruppo di lavoro che ha contribuito alla stesura della Carta Arcobaleno, in qualità di Diversity Editor del Gruppo GEDI.

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