Home Business Nidal Malik Hasan, chi è l’ex psichiatra in uniforme che uccise 13...

Nidal Malik Hasan, chi è l’ex psichiatra in uniforme che uccise 13 soldati e ora sarà fucilato negli Usa

0
1

Nidal Malik Hasan morirà il 3 dicembre alle 13, fucilato da un plotone d’esecuzione nello stesso luogo dove il 5 novembre 2009 commise una strage. Sarà un’esecuzione pubblica, ha promesso il capo del Pentagono, Pete Hegseth. Paralizzato dalla vita in giù per i colpi ricevuti il giorno della strage, non si sa neanche bene come sarà ucciso, attaccato a un palo o seduto sulla sedia a rotelle. L’ex psichiatra dell’esercito uccise tredici persone nella base di Fort Hood, in Texas, in una strage che la commissione del senato definì «il peggior attacco terroristico su suolo americano dopo l’11 settembre», ma che all’inizio il dipartimento giustizia classificò come «violenza sul posto di lavoro», una scelta che negò alle vittime la medaglia al valore Purple Heart, arrivata solo nel 2015 dopo un intervento del Congresso.

Hasan nasce l’8 settembre 1970 ad Arlington, in Virginia, da genitori palestinesi emigrati da al-Bireh, in Cisgiordania. Nel 1985 si trasferisce con la famiglia a Roanoke, dove lui e i due fratelli aiutano i genitori a mandare avanti il ristorante di famiglia. Appena diplomato si arruola, per otto anni resta soldato semplice mentre studia biochimica alla Virginia Tech, poi si laurea e entra all’università medica militare di Bethesda, dove passa buona parte dei sei anni in prova accademica. Lo zio Rafiq Hamad lo ricorda come un ragazzo mite e fragile, che svenne assistendo a un parto e per questo scelse la psichiatria, un amante degli animali che imboccava il suo uccellino con la bocca e quando morì lo pianse per mesi. Dopo la morte del padre nel 1998 e della madre nel 2001, racconta, «cercò di sostituire il loro amore leggendo molti libri, compreso il Corano». Per altri: diventando un estremista. È in quegli anni che inizia a frequentare la moschea Dar al-Hijrah, alle porte di Washington, dove predica l’imam Anwar al-Awlaki e dove pregarono anche due dei dirottatori dell’11 settembre.

Al Walter Reed, dove si specializza in psichiatria, i colleghi lo descrivono distaccato, paranoico, turbato dai racconti di guerra dei soldati che ha in cura, pronuncia commenti «antiamericani» ed è capace di trasformare una lezione di medicina in una predica sugli infedeli. Nel 2007, in una presentazione, chiede di concedere ai soldati musulmani l’obiezione di coscienza per evitare «eventi avversi», compresa l’uccisione di commilitoni. Intanto, dal dicembre 2008, inizia una corrispondenza con al-Awlaki, ormai in Yemen con Al Qaeda. «Si ricorda di me? Pregavo con lei nella moschea in Virginia», esordisce.

In una delle email chiede se sia lecito uccidere innocenti in un attentato suicida, in un’altra scrive: «Non vedo l’ora di raggiungerla» nell’aldilà. L’Fbi indaga, ma poi classifica tutto come ricerche legittime legate al suo lavoro. A luglio 2009, Hasan viene trasferito a Fort Hood, in attesa di partire per l’Afghanistan. I cugini raccontano una storia diversa e parlano di un uomo vittima di discriminazioni perché musulmano, di molestie, di bullismo, di qualcuno che rompe il parabrezza della sua macchina e di un avvocato assunto per lasciare l’esercito. Di sicuro c’è il terrore della guerra, aumentata dai racconti dei veterani. La mattina del 5 novembre regala mobili e copie del Corano ai vicini e prega con un altro ufficiale musulmano. Poi entra nel centro nel Readiness Processing Center, dove le truppe sono sottoposte a visite mediche prima di essere schierate in Afghanistan, si siede, abbassa la testa per qualche secondo, grida «Allahu Akbar» e apre il fuoco, sparando 200 colpi. In dieci minuti muoiono tredici persone, tra cui una soldatessa incinta, e 32 restano ferite.

Quando gli agenti Kimberly Munley e Mark Todd riescono a fermarlo ha ancora in tasca 177 proiettili. Al processo, nel 2013, si difende da solo, in sedia a rotelle e con una barba che si rifiuta di tagliare. Ammette di essere l’assassino, dice di aver «cambiato schieramento» e di combattere la jihad, e rinuncia all’arringa. Viene condannato a morte all’unanimità. Ai medici confida che, giustiziato, sarebbe diventato un martire.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it