Il voto americano lancia un «messaggio di speranza per tutti quelli che, in giro per il mondo, pensano ancora che la democrazia non sia un ferrovecchio», commenta soddisfatto l’ex premier ed ex commissario europeo Paolo Gentiloni. Un’onda che potrebbe, secondo lui, arrivare anche da questa parte dell’Oceano Atlantico: perché, considera, va oltre la «disfatta di Trump», ne segna «l’inizio della fine».
L’inizio della fine di Trump o del trumpismo?
«Io penso stia iniziando il declino non solo di Trump, ma di quella miscela vincente che negli ultimi 10-15 anni ha saldato nazionalismo e riscatto economico. Attorno a cui si è formato, in America come in Europa, il blocco sociale dei forgotten men, i dimenticati, contrapposto al blocco delle élite globalizzate che invece sosterrebbero le sinistre: per anni ha funzionato questa narrazione, col voto di Midterm è saltata per aria».
Cosa l’ha fatta saltare?
«Il ceto medio impoverito non ha avuto risposte ai suoi problemi, e ha visto anzi il proprio leader a braccetto con i plutocrati dell’algoritmo e i cultori delle criptovalute. Non siamo alla morte del sovranismo, perché l’ideologia machista, antigreen e antimigranti, è ancora viva e perfino in ascesa. Ma il fallimento economico di Trump ha incrinato forse per sempre un blocco sociale. E non è un fatto solo americano: può avere un effetto a cascata anche in Europa».
Alle elezioni, spagnole, francesi, italiane?
«Non sarebbe la prima volta, abbiamo già assistito al movimento del pendolo. La crepa che si è aperta tra il discorso nazionalista e la promessa di riscatto sociale avrà già un effetto in campagna elettorale».
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In che modo?
«Le destre sovraniste staranno alla larga dai temi economici, per concentrarsi su una propaganda molto ideologica su temi come sicurezza e migrazione. Nessuno si illuda però che la crisi del blocco sociale sovranista regali risultati facili al centrosinistra».
È un messaggio per i suoi compagni di partito del Pd e in generale per il campo largo?
«Dico solo che non siamo più negli anni Novanta, quelli del celebre slogan del consigliere di Clinton, James Carville: “It’s the economy, stupid”. Allora l’economia poteva regalare vittorie facili a chi non governava: oggi puoi perdere anche in un contesto economico pessimo per il governo se perdi la battaglia delle identità».

Che messaggio arriva dai democratici americani al centrosinistra italiano?
«Registro due aspetti fondamentali. Prima di tutto, hanno puntato su tante facce nuove accompagnate da una denuncia molto gagliarda di Trump, qualunque fosse l’orientamento dei singoli, moderato o radicale. E poi, hanno fatto di sensibilità e posizioni diverse una virtù: la straordinaria diversità della grande tenda dei democratici americani è stata la sua forza».
La stessa diversità esiste anche nel Pd?
«La auspico».
E invece quale messaggio arriva per la destra italiana?
«Per i sovranisti europei in generale è stata una pessima giornata. Cercheranno di tenere le distanze e attribuire tutta la colpa della sconfitta alla guerra in Iran, come ha fatto Jordan Bardella (il presidente del francese Rassemblement National, ndr): la verità però è che il conflitto ha aggravato una mancanza di risposte economiche che già c’era».
La destra italiana è apparsa imbarazzata: il vicepremier Antonio Tajani ha detto “mai stati trumpiani”, mentre abbiamo aspettato fino a sera un commento di Giorgia Meloni…
«Ricordiamo tutti il tentativo di salvare l’affinità ideologica dagli interessi divergenti, tentativo naufragato con gli attacchi di Trump a papa Leone. Per cui ora capisco l’imbarazzo: come sempre in politica gli errori gravi non possono essere dimenticati».
Che reazione si aspetta adesso da Trump? Ha ammesso il risultato ma minacciato anche di mettere veti ovunque.
«Trump resta un imprevedibile, per cui è difficile fare previsioni. La cosa più probabile è che cerchi qualche soddisfazione nella politica estera, dove il controllo del Congresso è meno incisivo. E questo potrebbe non essere rassicurante».
Pensa all’Iran?
«Non so se potrà esagerare l’affinità con Putin e Netanyahu, perché questo andrebbe contro l’evidente sentimento delle elezioni: forse ora anche i repubblicani saranno meno timidi nel criticarlo. Sono preoccupato per Cuba, dove potrebbe avere l’illusione di un successo facile con costi limitati».
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