Le fortune politiche della maggioranza vacillano sotto i colpi dell’aumento dei costi energetici dovuto alla guerra in Medio Oriente, l’esaurimento dei finanziamenti per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e i dati deludenti dell’Istat su Pil e produttività.
Nel 2025 il governo si prometteva di raggiungere due obiettivi: portare il disavanzo sotto il 3 per cento per uscire dalla procedura di infrazione e accreditarsi come agente del rigore, scommettere sulla ripresa economica e accumulare risorse fiscali sufficienti aumentare qualche spesa o ridurre la pressione fiscale a fine legislatura. Questi obiettivi non potranno essere raggiunti per cause esterne (la guerra, i dazi, l’eredità del Superbonus) e anche per errori o scelte poco prudenti e irrealiste. Ora si ricorre all’unica carta disponibile, spesso abusata da tutte le maggioranze: chiedere all’Europa maggiore flessibilità sui vincoli fiscali.
Gli argomenti che dovrebbero convincere i nostri partner sono stati espressi da Meloni e Giorgetti a più riprese. Il primo è che occorre scorporare dalle spese soggette ai vincoli fiscali gli investimenti necessari ad affrontare la transizione energetica. Il secondo è che l’aumento dei prezzi dell’energia rientra nei casi per i quali esistono margini di flessibilità, come le recessioni, le calamità naturali o le pandemie.
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In realtà, l’aumento del prezzo del gas naturale non ha ancora prodotto effetti sufficientemente gravi e generalizzati, anche se il costo potrebbe essere rilevante. Riguardo alla necessità di svincolare le spese per l’energia, i documenti della Commissione Europea già consentono agli Stati membri di adottare traiettorie di aggiustamento più lunghe per investimenti legati a programmi europei comuni, come la transizione energetica, la difesa, le tecnologie avanzate.
Occorre comprendere, quindi, quali siano le misure economiche che il nostro governo intende far rientrare in queste deroghe e perché il Pnrr, che l’Italia ha utilizzato per importi rilevanti ed eccezionali, non sia stato sufficiente per rispondere ai bisogni che il governo vuole sottrarre ai vincoli ordinari di spesa.
Ad esempio, l’impatto dell’aumento dei prezzi del gas naturale sulla Spagna è inferiore a quello dell’Italia perché essa ha investito molto più di noi sulle fonti rinnovabili. Siamo sicuri che il freno ai nostri investimenti in fonti energetiche alternative derivi da una mancanza di risorse fiscali? Dalle informazioni disponibili, sembra che il governo intenda far rientrare nell’ambito della flessibilità la riduzione delle accise sui carburanti, i sussidi alle famiglie per il contenimento dell’impatto dei costi energetici sui prezzi finali e i crediti d’imposta per autotrasporto e pesca. Il problema è che tutte queste misure, giuste o sbagliate che siano, non possono essere definite come “investimenti legati a programmi europei comuni”.
Si tratta, piuttosto, di misure che rientrano nell’ambito delle spese correnti destinati ad un alleggerimento della pressione fiscale in una fase che, pur difficile per consumatori e imprese, non possiamo ancora definire come una vera e propria recessione. La logica della Commissione europea è quella di sottrarre ai vincoli più stretti di spesa gli investimenti che producono benefici per tutti i paesi dell’Unione, come, appunto, la difesa e la transizione energetica. In altre parole, la flessibilità è lecita se finalizzata alla produzione di beni pubblici europei.
Una sospensione generalizzata del Patto di Stabilità potrebbe, invece, avere effetti controproducenti in un quadro economico caratterizzato dall’aumento generalizzato dei debiti pubblici nazionali e dal ritorno dell’inflazione. La crescita abnorme dei tassi d’interesse in Gran Bretagna testimonia chiaramente il pericolo che deriva dalla mancanza di credibilità dei governi nella gestione delle finanze pubbliche.
Per ora, i tassi d’interesse europei rimangono sotto controllo, a testimonianza dei benefici della moneta unica e della prudenza fiscale della Germania e degli altri paesi del Nord Europa, ma la situazione potrebbe cambiare rapidamente. E, in questo caso, l’Italia sarebbe la vittima principale, a causa del primato che detiene in termini di debito accumulato.
Ma esiste anche un altro motivo di scetticismo sulla possibilità che l’Europa accetti la flessibilità chiesta dal nostro governo. Riguardo alle misure di contenimento degli effetti della crisi energetica, occorre vedere con chiarezza costi e vantaggi. L’aiuto alle famiglie e alle imprese dovrebbe essere concentrato sui soggetti più vulnerabili perché imporre tetti ai prezzi del gas o sussidi generalizzati ai consumi energetici costa moltissimo, indebolisce gli incentivi al risparmio energetico e rallenta gli investimenti nella transizione verde.
Secondo le agenzie internazionali, la strategia migliore per affrontare la crisi si basa sull’aumento degli stoccaggi, la riduzione strutturale della domanda di gas attraverso misure di efficienza energetica, l’elettrificazione e il coordinamento internazionale tra grandi importatori di gas naturale liquefatto, come Europa, Giappone e Corea del Sud, per evitare una guerra dei prezzi sul mercato globale.
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