Il fatto è che ci ha abituati troppo bene. L’allegria disarmante e la velocità fulminea in risposta, la gentilezza con i raccattapalle e lo spietato dritto in scivolata. Mai una parolaccia o una racchetta distrutta, piuttosto l’intelligenza di imparare dai propri errori e riformulare immediatamente una strategia vincente. Il momento impagabile in cui, sotto due set nella finale degli Australian Open 2024, ha detto «Sono morto» al suo angolo. E poi è tornato in campo, ha rimontato e battuto uno stranito Daniil Medvedev.
Il fatto è che Jannik Sinner ha abituato a vincere un Paese che sotto sotto si era sempre sentito perdente. E a vincere alla grande: non di fortuna, non di straforo, non rabbiosamente. La gioia fanciullesca di un colpo ben riuscito, la fatica accettata come parte del gioco, quel sorriso che spunta a tradimento in campo e pare dire “è questo che voglio fare, giocare a tennis”. Una sensazione inebriante di vittoria, una droga assaporata da tutta Italia quest’anno, un filotto di 5 master mille in primavera, Indian Wells-Miami-Montecarlo-Madrid-Roma. E poi la conquista del tempio del tennis, Wimbledon, per la seconda volta di fila. Record di ascolti, insospettabili che si scoprono appassionati e discettano di discese a rete e rovesci lungolinea.
Ammettiamolo, questa sbornia ci ha dato alla testa e adesso siamo in crisi di astinenza. Ci pare gravissimo perdere la posizione da numero 1 al mondo – accadrà se Zverev vince sia Pechino che Shanghai – posizione cui peraltro non ci eravamo mai sognati di arrivare per tutta la nostra storia tennistica. Diventiamo insofferenti alle foto di Jannik con il Diavolo Anna Wintour alle sfilate di Milano, si accavallano dietrologie e supposizioni sul misterioso male al ginocchio causa della lunga assenza dai campi.

Forse invece questo stop è un’occasione, per l’Italia ancora prima che per Sinner, di imparare ad accettare la meravigliosa fragilità dei campioni, la caducità delle vittorie e anche per fortuna quella delle sconfitte. «La perfezione è impossibile» ricordava Roger Federer agli studenti del Dartmouth College. «I migliori al mondo non sono tali perché vincono ogni punto, ma perché sanno che perderanno ancora e ancora, e hanno imparato a gestire questa situazione. Diventare maestri nel superare i momenti difficili è il vero tratto distintivo di un campione». Abbiamo imparato a vincere, ora impariamo a giocare.
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