Benefici, salvacondotti e licenze di necessità diventano opportunità per i boss detenuti in regime di carcere duro. Occasioni per ricostituire i clan e continuare ad esercitare il potere. Lo svela un’inchiesta de La Stampa e ora a più voci si chiedono chiarimenti. Il Partito democratico vuole che il Guardasigilli Carlo Nordio riferisca in aula, Forza Italia chiamerà il ministro ed altri in commissione giustizia. Dal Ministero fanno sapere che, dopo aver seguito con attenzione l’inchiesta di questo giornale, la competenza sulla questione appartiene unicamente alla magistratura di sorveglianza, che può adottare una pronuncia favorevole anche in presenza di un parere negativo della Direzione naziona antimafia.
La faccenda pone numerosi interrogativi sulle norme, sulle interpretazioni giuridiche, sul difficile equilibrio tra sicurezza collettiva e funzione rieducativa della pena. A quanto emerge dall’inchiesta de La Stampa, però, i superboss che lasciano il regime di 41bis, anche solo per breve tempo, tornano a gestire i loro affari e a curare i contatti delle organizzazioni criminali. Uno scenario definito «impressionante» dai membri dem della commissione Giustizia, che chiedono al ministro Nordio di riferire in Parlamento. Chiedono anche che venga convocata la convocazione della commissione bicamerale per acquisire informazioni complete e svolgere le valutazioni di competenza.
Tra i boss che hanno ottenuto benefici ci sono nomi come quelli di Cristoforo Cannella, finito all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, e di Mario Capizzi, condannato per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo sciolto nell’acido. «I diritti dei detenuti vanno rispettati, ma il carcere duro esiste per impedire ai boss di continuare a comandare», riflette Angelo Bonelli. Il deputato di Avs annuncia un’interrogazione «per sapere quanti permesssi sono stati concessi ai detenuti al 41bis e con quali motivazioni e quali misure il governo intenda adottare. Su chi ha messo le bombe del ’92 e ’93 lo Stato non può abbassare la guardia».
I dati raccolti già nel 2025 «hanno evidenziato un allarmante incremento delle concessioni di benefici penitenziari nei confronti di detenuti condannati per reati di mafia», spiega la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo. E sottolinea la «disomogeneità territoriale che caratterizza le decisioni degli uffici di sorveglianza: a parità di quadro normativo, si registrano differenze molto rilevanti nel numero delle concessioni. Ciò dimostra che le norme vigenti sono suscettibili di interpretazioni diverse». I boss in permesso premio spesso tornano a delinquere, a ripristinare rapporti criminali e vincoli associativi. «Proprio per questo – aggiunge Colosimo – le valutazioni sull’accesso ai benefici richiedono un livello di prudenza e di approfondimento particolarmente elevato».
Le opposizioni incalzano il Guardasigilli. Da Forza Italia, il deputato Enrico Costa invita ai distinguo: «La questione riguarda la magistratura, non il ministero». Gli azzurri in Commissione hanno «chiesto e ottenuto l’avvio di un’indagine conoscitiva sul tema carceri» e ora chiedono che i temi sollevati dall’inchiesta «vengano presi in considerazione. Verranno auditi il ministro Nordio, i vertici del Dap, rappresentanti della magistratura e tutti i soggetti che possono dare un contributo tecnico. All’esito si potranno valutare correttivi dal punto di vista legislativo». Sulle stragi del ’92? «Relazione entro Natale».
Il tema dei boss che sfruttano permessi e salvacondotti per proseguire nei loro affari scuote la politica. Il senatore di FdI Alberto Balboni, sottosegretario alla Giustizia con delega all’amministrazione penitenziaria, non ritiene che la responsabilità ricada sull’esecutivo e sulla maggioranza: «Bisogna capire se il magistrato di sorveglianza ha deciso in base a un margine di discrezionalità o meno. La questione in tal caso è di competenza del Csm più che del governo». Poi rilancia: «Se invece si vuole criticare la norma, bisogna andare fino in fondo e criticare la Corte Costituzionale e la Cedu, che hanno chiesto di limitare l’ergastolo ostativo pena la dichiarazione della sua illegittimità». La deputata leghista Simonetta Matone, magistrata, parla di «doppiopesismo della sinistra. Ritengo che chiamare in Parlamento il Guardasigilli a rispondere dell’operato della magistratura sia ciò che la sinistra ha sempre respinto e negato».
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