Pesca: “Io, i Subsonica, le Atp Finals, il London Eye, ma all’inizio raccoglievo grucce al mercato”

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La maglia del Toro, un libro con i mille dischi da ascoltare prima di morire, un poster dello show di Federico Sacchi. Per essere la scrivania di un manager, questa è parecchio pop. Anche se racconta bene Stefano Pesca. «Il mio primo lavoro è stato raccogliere grucce per il guardaroba dell’Hiroshima Mon Amour al mercato di corso Sebastopoli: 5 euro all’ora», dice.

È nato nel 1985, è cresciuto a Santa Rita, oggi costruisce i grandi eventi culturali: le cerimonie delle Atp Finals, di Terra Madre, delle Universiadi americane e Cieli su Torino 96-26, il progetto celebrativo per i 30 anni dei Subsonica, che hanno riempito le Ogr per quattro sere di fila.

Da ragazzo suonava la batteria e faceva il facchino ai concerti: una bocciatura e il cambio di liceo gli spalancano le porte dei templi torinesi della musica non allineata. Parte con un corso a Radio Flash e, a 16 anni, entra come tecnico: finirà per curare la programmazione del locale che la ospita, assieme a Fabrizio Gargarone. «È stato il mio maestro. Lì ho capito che i musicisti che selezionavo per salire sul palco erano più bravi di me. E ho appeso le bacchette al chiodo per dedicarmi alla direzione artistica».

La scelta di stare dietro le quinte, da allora, non è mai cambiata. «Mi affascina il fatto che quello che c’è nel backstage è molto più grande di ciò a cui assiste il pubblico. Ma dietro quell’evento c’è una macchina enorme, complessissima. Un’intensità pazzesca».

Nel 2007 parte per Londra: arriva in Gran Bretagna senza sapere l’inglese, in tasca i risparmi della radio. «Mi sono detto: resto finché durano. Mi sono bastati per otto mesi».

Ma è nel 2010, il 6 novembre, che Stefano fa il salto di scala: si inventa il Vertical Stage a San Salvario, i Motel Connection sui balconi di via Baretti, Red Bull come sponsor, il quartiere come palcoscenico. Due settimane dopo è sulla «Panda, carica di bagagli», con quella che sarebbe diventata sua moglie, direzione Bruxelles, dove vivrà fino al 2020 aprendo una società di spettacoli. «Organizzavo concerti – Battiato, Pino Daniele, Gianna Nannini – e la Piola Libri, con cui collaboravo, è diventata un punto di riferimento, una sorta di ambasciata». Nel frattempo esporta il format dei live verticali: l’Italia, l’Europa, il terrazzo del Parlamento Ue, fino al London Eye di Londra e al Palais de Tokyo di Parigi.

Nel mezzo c’è un capitolo che Stefano fatica a chiamare errore. «Nel 2015 mi innamoro del progetto di un giovane cantautore torinese, Kiol. Scriveva e componeva in inglese. Investo, divento il suo manager e inizio un percorso internazionale legato non solo al live ma anche alla discografia. I giornali francesi lo chiamavano il nuovo Ed Sheeran, abbiamo fatto 136 date». Qualcosa, anche per colpa della pandemia, non funziona. E quel ragazzo scende dai palchi.

Il progetto che più racconta il mondo di Pesca però è l’ultimo, Cieli su Torino 96-26: le Officine Grandi Riparazioni esaurite, la Mole illuminata, una mostra fotografica. «È nato tutto grazie a un pranzo con Casacci e Ninja. Mi sono chiesto: quante band, oltre ai Subsonica, hanno costruito un rapporto così con una città? Qui non me ne vengono in mente molte. All’estero potrei dire gli Oasis con Manchester, i Massive Attack con Bristol». Musicisti che hanno forgiato le colonne sonore delle metropoli.

Le Atp Finals, per Stefano, sono un altro pezzo di quel disegno: eventi internazionali dentro le mura di casa. L’Eurovision, il grande tennis, Natalie Imbruglia e Jack Savoretti: è il mondo, declinato in riva al Po. «Se mi chiede che cosa mi fa piangere nella vita, rispondo: le radici. Quello che, per me, rappresenta Torino. Quello che ti tiene in piedi».

Pesca non risparmia critiche alla città in cui cresce i suoi due figli: «C’è ancora tantissimo spazio per migliorare. C’è una difficoltà della macchina burocratica e amministrativa, quello che di buono facciamo andrebbe comunicato di più e meglio».

Nei suoi discorsi torna spesso una parola: coraggio. La sua società, Consiste srl, è fatta di cinque persone, che nei giorni dei grandi eventi si moltiplicano. «Non sono un imprenditore che parte dall’idea di crescere per forza. Mi sento un sarto che cuce abiti su misura per vestire al meglio il territorio, con un’attenzione particolare al compromesso tra budget e creatività. E sono ancora diviso: da una parte creativo, dall’altra manager. Nel mondo dello show business non conta soltanto la vendita dei biglietti, ma far dialogare gli investitori privati e un certo modo di guardare alla cultura dei luoghi». Lo spirito di un’associazione, il rigore di un’azienda. Dopo il lavoro con i Subsonica, sorride, «mi ha scritto un collaboratore: “Grazie per avermi pagato subito”. Io gli ho risposto: “E che cosa dovrei fare?”. Mi ha detto: “Non è sempre usanza”».

Alto e basso, underground e istituzioni, multinazionali e artisti di strada. In fondo, è la ricetta dell’ex motor city che, per uscire dal grigio, negli Anni Novanta si trasformò in un simbolo. «Ma con le Finals abbiamo fatto un altro scatto, enorme».

Lo tsunami di Instagram e TikTok, dice, non riesce a entusiasmarlo: «Penso che le persone inizino a essere stanche. È lo stesso problema della musica: ne abbiamo troppa, è difficile concentrarsi. Un libro, un disco, un oggetto fisico li scegli, li vai a cercare. I social, invece, ti arrivano addosso, bruciano tempo. E il tempo è un demone». Non è un caso che, se dovesse salvare un solo album, sceglierebbe Survival, di Bob Marley. È un 33 giri, si chiude con un pezzo che si chiama «Wake Up and Live». Svegliati e vivi.

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