«So molto bene quello che voglio imparare a fare, ho ancora la sensazione di dover apprendere altro, e non è perfezionismo. Non si tratta di fare le cose bene, piuttosto di farle con la massima libertà possibile, quasi senza accorgersene. Sentirsi dire “sei bravo” non può essere il punto d’arrivo, per me è il punto di partenza». Romano, classe 1969, un’infinità di premi, candidature, ruoli, Pierfrancesco Favino ha la dirittura degli attori che non si accontentano, e ogni volta scendono in campo per vincere la nuova sfida. In questi giorni è sul set del film che Marco Bellocchio sta girando su Sergio Marchionne, mentre in sala, in Dio ride di Giovanni Veronesi, indossa il saio di Frate Leopoldo da Casamacchia, accusato nel ‘600, di parlare al popolo di un Dio «vicino agli uomini, capace di ridere con loro».
Che rapporto ha con la fede?
«Sono nato in una famiglia di stampo cattolico, ho fatto la trafila che si faceva all’epoca, ma ho anche avuto sempre un mio personale senso del sacro. Non ho la vergogna e lo snobismo di dire che non sento la spiritualità, anzi. Sono abituato a pregare e lo faccio ancora adesso, non ho paura di non sapermi dare tutte le risposte. Davanti a certe cose, come la bellezza estrema della natura o certi momenti di felicità, mi è sempre sembrato che il mio corpo non mi bastasse, che dovesse esserci qualcosa di più grande di me».
Per cosa ha pregato?
«Ogni tanto anche per riconoscenza, non sempre per chiedere qualcosa. Pregare è un momento di raccoglimento, mi capita di farlo spesso».
Una cosa è la fede, un’altra la chiesa. Per molti questa è una frattura insanabile. Per lei?
«Viviamo in un’epoca in cui, negli Stati Uniti, il Paese che voleva esportare la democrazia opponendosi a barbari governi teocratici, è stata valutata l’ipotesi di trasmettere in diretta streaming l’esecuzione di un condannato. Su chi vogliamo puntare il dito? Secondo me servirebbe un esame di coscienza generale, stiamo tornando indietro al Medioevo. Possiamo puntare il dito verso la Chiesa e l’Inquisizione, ma allora dobbiamo puntarlo su tutte le brutalità del mondo, non solo in quella direzione. Tutto sommato la Chiesa ha compiuto un percorso di revisione rispetto a quel che ha fatto nei secoli, il che non vuol dire che non abbia colpe, ma le ha almeno ammesse».
Cosa pensa di Papa Leone?
«Sicuramente ha una linea politica diversa rispetto a Papa Francesco che invece, all’interno della Chiesa, ha rappresentato una figura insieme tradizionale e innovativa. Non a caso Dio ride si chiude con una sua frase, è stato un papa molto vicino agli ultimi e ai dimenticati. Papa Leone è un missionario, a me non dispiace affatto, ho letto la sua enciclica sull’Ai e sono d’accordo sul fatto che oggi, più che mai, sia necessario ribadire la centralità della figura umana».
Giovanni Veronesi e Marco Bellocchio. Due autori molto lontani.
«Se ti fanno entrare nei loro mondi, poi è molto bello starci, questa caratteristica li accomuna. Giovanni lo fa in maniera giocosa e compagnona, Marco nel suo modo gioioso e schivo: sembra irraggiungibile poi ti apre finestre inattese sul suo privato. Sono registi con visioni differenti che hanno fatto cinema in modi differenti, per me è stato bello entrare in case tanto diverse».

In Dio ride recita per la prima volta accanto a Silvio Orlando. Com’è andata?
«Silvio porta sul set il suo modo di recitare che è ormai diventato un marchio di fabbrica, è capace di esprimere allo stesso tempo leggerezza e profondità. Io sono un attore che, da qualche parte, è anche un po’ guitto, lui invece economizza, cerca qualcosa di vicino a se stesso».
Se guarda al suo percorso, quale difetto si è tolto e quale dote ha guadagnato?
«Compiacere gli altri, a iniziare dal regista, è una spinta connaturata a questo mestiere. Ma è una cosa pericolosa, agli inizi volevo che tutti mi dicessero che andavo bene, adesso mi sto levando questa tendenza. Non voglio diventare più sicuro di me, anzi, al contrario, lo voglio essere meno. Quello che cerco oggi è la libertà di esprimermi, senza pensare al risultato».
In passato ha preso posizione in favore degli attori italiani, lamentando che vengano usati poco in altre cinematografie. La pensa ancora così?
«Ho fatto quell’uscita per proteggere l’industria cinematografica italiana, a distanza di 5 anni vediamo che i nostri film non sono nei festival internazionali e che molto pochi dei nostri attori recitano all’estero. Penso sia il frutto di una scelta politica, non artistica. Il cinema è leva industriale del Paese, attraverso questa leva il Paese può vendere altri prodotti. Il soft power si applica anche attraverso il cinema, se non si investe vuol dire che è un Paese in vendita. L’80% dei marchi fashion italiani è oggi di proprietà estera, e i testimonial vengono da altri Paesi, spesso dalla Francia. Non riesco a capire la ragione per cui attori come Borghi, Marinelli, Porcaroli, De Angelis, non vengano usati per promuovere un profumo italiano. La nostra industria lascia a altri il compito di raccontare la nostra storia, non comprendo quale sia l’investimento».
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In che senso?
«In passato il nostro cinema esportava un sistema culturale in cui l’Italia appariva “figa”. Con l’immagine Mastroianni, si vendevano pure le lenti di una certa marca. Il cinema è una vetrina che l’industria italiana dovrebbe saper usare, per vendere all’estero un’idea del Paese, una comunicazione su ciò che si fa da noi. Poi certo, i film devono essere belli, però, quando abbiamo storie nostre, perché dobbiamo lasciare che le raccontino altri?».
Lei è stato spesso chiamato a recitare in America.
«Sì, ma ho smesso quando ho realizzato che continuavano a offrirmi ruoli di mafiosi e pizzaioli. Penso che abbiamo altro da raccontare».
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Di che cosa è più soddisfatto in questa fase della sua vita?
«Dell’educazione che abbiamo dato alle nostre figlie, mi sembra che siamo riusciti a dargliene una sana».
E di che cosa, invece, è più scontento?
«Dire di essere scontento di qualcosa, mi sembrerebbe una bestialità. Per quello che mi riguarda mi sento in debito, vedo quello che c’è intorno a me, so di vivere in una condizione di assoluto privilegio. Lamentarmi mi sembrerebbe una bestemmia».
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