Rinnovabili, un decreto per sbloccare subito i 50 miliardi di investimenti

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L’incertezza che grava sulle rinnovabili per colpa dei veti della burocrazia preoccupa il governo. Per questo, l’esecutivo sta lavorando a un decreto Imprese che preveda il taglio dei tempi autorizzativi per gli impianti di produzione energetica e le semplificazioni delle procedure di impatto ambientale per favorire la transizione ecologica aziendale. Tra le misure allo studio ci sarebbe anche la nomina di un commissario con ampi poteri. Tuttavia, non tutti nel centrodestra sono d’accordo, soprattutto sul ruolo di un eventuale commissario. Nell’intervista a fianco, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin esprime tutti i suoi dubbi.

L’accelerazione richiesta dalle aziende del settore arriva mentre si moltiplicano gli allarmi sullo stato della transizione energetica italiana, come messo in luce nell’inchiesta sulla burocrazia pubblicata ieri da questo giornale, che ha fatto scattare l’attenzione di Palazzo Chigi sul dossier. Migliaia di pratiche restano ferme tra le amministrazioni, mentre 50 miliardi di euro di investimenti privati rischiano di rimanere congelati. Perciò l’obiettivo è dare una corsia preferenziale a questi investimenti che servono da qui al 2030.

Il tema è diventato ancora più urgente perché, in molti casi, gli impianti devono attendere anni perfino dopo aver ottenuto il via libera. Nel frattempo, l’Italia continua a importare energia: nel 2025 circa il 15% del fabbisogno nazionale è stato coperto da elettricità acquistata all’estero, spesso prodotta dal nucleare francese o dall’idroelettrico svizzero.

Il dibattito assume contorni ancora più complessi sul piano politico. Da una parte il governo punta sul nucleare, indicato come soluzione strutturale per il futuro del sistema energetico italiano. Dall’altra resta il problema del presente.

A frenare gli impianti continuano a essere soprattutto i veti territoriali. Il ministero dell’Ambiente attribuisce una parte delle responsabilità alle regioni, molte delle quali sono in ritardo sul percorso di sviluppo delle energie pulite. Il centrosinistra esalta il modello spagnolo ma poi i governatori del Campo largo si oppongono spesso ai nuovi progetti invocando la tutela del paesaggio. Casi emblematici sono quelli rappresentati da Alessandra Todde in Sardegna e da Stefania Proietti in Umbria. Anche regioni a guida Forza Italia, come Sicilia e Basilicata hanno annunciato proprio in questi giorni un aggravio fiscale sui grandi impianti green. A questi ostacoli si aggiungono le perplessità del mondo agricolo, che teme la sottrazione di terreni coltivabili all’espansione del fotovoltaico.

Il risultato è che le grandi utility continuano a considerare l’Italia un mercato strategico, ma sempre più spesso sono costrette a guardare oltreconfine per sviluppare nuovi investimenti. Enel, uno dei maggiori operatori mondiali delle energie rinnovabili, è presente in 27 Paesi e dispone di una capacità rinnovabile globale di circa 67 Gigawatt. In Italia mantiene circa 16,8 Gigawatt installati, meno di un terzo, perché la parte crescente della sua espansione avviene all’estero.

Discorso simile per Plenitude, la società controllata da Eni attiva nelle rinnovabili. Il gruppo è presente in oltre 15 Paesi con un modello che integra produzione da fonti verdi, vendita di energia e mobilità elettrica. Oggi può contare su una capacità installata di circa 6 Gigawatt a livello globale e punta a raggiungere quota 6,5 Gigawatt nel 2026, con l’obiettivo di arrivare a 15 Gw entro il 2030. In Italia dispone di circa 1,1 Gigawatt, mentre tra Spagna e Stati Uniti supera 1,7 Gw. Paesi che, oltre a procedure più snelle, offrono anche maggiori spazi disponibili per la realizzazione di grandi impianti industriali. La differenza geografica pesa infatti quasi quanto quella burocratica. Stati Uniti e Spagna possono contare su vasti territori scarsamente popolati dove è più semplice sviluppare parchi solari ed eolici di grandi dimensioni. L’Italia, al contrario, è un Paese densamente abitato, caratterizzato dalla presenza di centri urbani diffusi, aree agricole pregiate e numerosi vincoli paesaggistici e culturali. Un insieme di fattori che rende ogni nuova installazione terreno di scontro tra interessi diversi.

Le criticità sono state evidenziate anche dall’Antitrust, che nelle proposte per la legge sulla concorrenza 2026 ha avvertito che la complessità dei procedimenti autorizzativi, la sovrapposizione di competenze tra Stato e territori, i ritardi negli allacciamenti e nelle infrastrutture di rete rischiano di compromettere il raggiungimento degli obiettivi del 2030.

È proprio questo il nodo che il governo intende sciogliere, perché la vera sfida non è scegliere tra nucleare e rinnovabili, ma garantire all’Italia l’energia necessaria nel prossimo decennio. Senza una forte spinta agli impianti verdi, il Paese rischia di perdere investimenti, mancare i target europei e continuare a dipendere dall’estero.

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