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Roberto Sergio: “Lascio la Rai ma non escludo un ritorno. La lottizzazione vanifica le competenze”

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ROMA. Dopo vent’anni Roberto Sergio trasloca da viale Mazzini alla Tv di San Marino. Ha ricoperto ogni ruolo, anche quello doppio di presidente (interim) e amministratore delegato. Infatti, «non escludo (nemmeno) un ritorno» come Califano, «potrei candidarmi per il prossimo cda». Da buon democristiano Sergio ha chiuso accordi con tutti, sindacati compresi. Ma avverte: «La lottizzazione è dannosa quando l’appartenenza prevale sulla competenza».

Come Zalone lei guarda al posto fisso. Dalla Rai alla tv pubblica di San Marino: è lei che cerca la Tv pubblica o viceversa?
«Cerco luoghi per innovare e assumermi responsabilità. Prima della Rai ho vissuto esperienze alla Sogei e alla Lottomatica, contribuendo alla crescita di realtà industriali e tecnologiche. San Marino RTV è una sfida altrettanto stimolante, con dimensioni differenti. Non mi interessa occupare una posizione, ma capire cosa si può realizzare».

Anche lei è figlio della lottizzazione ma non ha mai accettato l’etichetta TeleMeloni…
«La Rai è un’azienda complessa, con sensibilità editoriali differenti, che non possono essere ricondotte a una definizione politica. La politica ha sempre avuto un rapporto stretto con la Rai, sarebbe poco credibile negarlo. Ma bisogna distinguere il controllo democratico, che è legittimo, dalla pretesa di condizionare ogni giorno le scelte».

Sempre raccomandazioni…
«Il problema non è solo l’indipendenza editoriale: quando le appartenenze prevalgono sulle competenze, si rallentano le decisioni, si indebolisce l’azienda e si compromette la sua capacità di competere. La Rai è piena di professionalità: bisogna metterle nelle condizioni di lavorare. La politica dovrebbe volere una Rai forte e indipendente, non una Tv attraversata da conflitti. Un servizio pubblico credibile non è quello che non parla di politica: è quello nel quale la politica non decide cosa si debba dire».

Ma a causa della politica la Rai non ha un presidente.
«L’azienda ha bisogno di stabilità. So cosa significa quel ruolo avendolo ricoperto temporaneamente: è una funzione essenziale di garanzia e di equilibrio istituzionale. Occorre una figura autorevole ma anche un nome con il quale condividere quale Rai e che modello industriale si vuole costruire nel futuro».

In questi 20 anni chi ha vinto tra lei e la politica?
«Non c’è stata in Rai una competizione con la politica. Ho lavorato con governi diversi in stagioni politiche differenti. Non ho mai nascosto le mie convinzioni, distinguendo le opinioni personali dalle responsabilità aziendali. Chi guida un’azienda pubblica deve confrontarsi con le istituzioni e difendere le decisioni che ritiene giuste per l’impresa. Alla Rai ho contribuito allo sviluppo dei nuovi media, al ritorno di Fiorello, il miglior talento, un campione del servizio pubblico. Esco senza rinnegare nulla e senza il bisogno di regolare conti. Non so chi abbia vinto, so che, ogni volta che abbiamo messo al centro l’azienda, hanno vinto i cittadini e la Rai».

La politica ogni anno taglia un pezzo di canone…
«Un’azienda che deve programmare produzione audiovisiva, informazione e investimenti tecnologici ha bisogno di un orizzonte pluriennale senza interrogarsi ogni anno sulle proprie entrate».

La legge sulla nuova governance Rai ancora non c’è. Riusciranno a farla?
«Me lo auguro. L’European Media Freedom Act pone questioni fondamentali sull’indipendenza editoriale e sulle garanzie per i media di servizio pubblico. Ci vuole una governance dove sia chiaro il ruolo dell’azionista, le responsabilità degli amministratori e le garanzie per l’autonomia editoriale. Ma il nodo non è soltanto chi nomina, ma quali poteri vengono attribuiti e quanto sia possibile decidere senza interferenze».

Nella Rai di TeleMeloni, con la sua guida, lo share ha tenuto bene ma sono scappati Fazio, Amadeus, Annunziata, Berlinguer: quanto ha influito la politica nelle trattative?
«Vanno distinte vicende diverse, in tempi diversi: Fabio Fazio, Lucia Annunziata e Bianca Berlinguer hanno lasciato la Rai nel 2023; Amadeus ha concluso il suo rapporto nel 2024. Sono storie differenti, non è corretto attribuire ogni uscita alla politica, così come sarebbe ingenuo negare che il contesto politico possa influire sul clima delle decisioni. Quando un protagonista lascia un’azienda si perde qualcosa. Ma la Rai non può dipendere solo dai singoli».

A San Marino vuol fare una “piccola Rai” in un piccolo (geograficamente) Stato?
«No. San Marino RTV deve essere una grande televisione per le proprie dimensioni, non una copia della Rai. Dobbiamo costruire un’identità nostra. Abbiamo coinvolto professionisti autorevoli, da Dario Fabbri a Monica Giandotti, da Myrta Merlino a Giovanni Terzi, da Mauro Mazza a Red Ronnie, a Vittoriana Abate, perché crediamo nella qualità dell’offerta. Non collezioniamo nomi, ma coltiviamo un progetto editoriale».

Senta, tra pochi mesi, a giugno 2027, arriva la pensione, cosa farà?
«Contano più i progetti che le scadenze anagrafiche. Per tutto il 2027 contribuirò allo sviluppo di San Marino RTV. E non escludo, se si presentassero le condizioni, di mettere nuovamente la mia esperienza al servizio della Rai, anche attraverso una candidatura al prossimo Cda. La pensione può segnare la conclusione di una fase professionale ma non di una stagione».

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