Home Business Sandra Misale, la pioniera delle terapie anti-cancro: “L’Ai sarà fondamentale nella prevenzione”

Sandra Misale, la pioniera delle terapie anti-cancro: “L’Ai sarà fondamentale nella prevenzione”

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MONTALCINO (SIENA). «Non abbiate paura di essere ambiziosi, di scegliere strade difficili e di coltivare le vostre passioni. Non esistono scorciatoie: servono lavoro quotidiano, pazienza e la capacità di ricominciare dopo ogni difficoltà. Continuate a cercare, a imparare e a lottare per ciò che accende la vostra curiosità. È così che ciò che sembra impossibile diventa raggiungibile», ha detto Sandra Misale a Montalcino il mese scorso, ricevendo il premio Casato Prime Donne dalla presidente Donatella Cinelli Colombini.

Misale con Donatella Cinelli Colombini

 

Misale è una scienziata di 41 anni, nata a Palmi in Calabria, laureata in biotecnologie molecolari a Torino, che ha lavorato in importanti centri per la ricerca sul cancro, dalla Harvard Medical School di Boston al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. Oggi dirige il Misale Lab alla Johns Hopkins University di Baltimora. I suoi studi sulle mutazioni del gene KRAS hanno contribuito allo sviluppo di nuove terapie e farmaci per combattere tumori particolarmente aggressivi, del pancreas, del polmone e del colon, e hanno aumentato le speranze di vita dei malati.

Quanto ha influito la sua terra d’origine, la nella sua carriera da scienziata?
«La Calabria è la mia casa e lo rimarrà sempre. Dalla mia terra ho preso la testardaggine, anche se sono andata via prima di compiere 19 anni, per trasferirmi a Torino. Mi sono laureata all’Università in Biotecnologie molecolari e ho conseguito il dottorato in Medicina Molecolare, sono rimasta in Piemonte per 11 anni. La Stampa è il primo giornale che ha parlato di me come giovane ricercatrice».

Qual era il motivo?
«Era il 2012, lavoravo all’Istituto nazionale oncologico di Candiolo e avevo appena iniziato il dottorato. Stavo lavorando su un progetto e con il team abbiamo fatto una scoperta importante, tanto da meritarsi la pubblicazione su Nature. E La Stampa pubblicò un articolo in cui ero citata».

Dopo il dottorato a Torino è volata in America?
«Sono andata a Boston nel 2015, e lì sono rimasta due anni lì. Nel 2017 ho avuto un’offerta di lavoro a New York, al Memorial Sloan Kettering. Due centri cruciali per la ricerca contro il cancro. Poi, nel 2023, ho iniziato con il mio laboratorio a Baltimora».

Non è un grande riconoscimento avere un laboratorio che porta il proprio nome?
«Il laboratorio prende il nome della persona che lo apre, che coordina il team internazionale di ricercatori, che tiene i rapporti con i finanziatori. I lavori del Misale Lab hanno scoperto aspetti fondamentali sul funzionamento delle nuove terapie anticancro, al punto di modificare studi clinici adeguandoli ai nostri dati. Il nostro lavoro ha consentito di far funzionare meglio e più a lungo le nuove terapie e ha velocizzato l’approvazione dei farmaci».

Può spiegare perché le sue ricerche sono così fondamentali nella lotta contro il cancro? E cos’è il gene KRAS?
«I tumori sono complessi, non c’è una chiave valida per tutti. Il gene KRAS fu scoperto negli anni ’80 e si è capito subito che giocava un ruolo preminente nella genesi del cancro. Con il passare degli anni e con le nuove tecnologie si è scoperto che le mutazioni di KRAS sono alla base del 30% dei tumori, quelli del polmone, del colon e del pancreas. Bastava bloccare KRAS e il tumore non si sarebbe formato. Ma c’era un problema….».

Quale?
«Sono cresciuta come ricercatrice con il dogma che questi geni sono “undruggable”, non c’era un farmaco che funzionasse contro i tumori KRAS. Il dogma è stato cancellato da uno scienziato a San Francisco, Kevan Shokat, che nel 2013 scoprì come colpire il gene mutato introducendo molecole in una piccola tasca nascosta nella struttura. Shokat ha iniziato una nuova era, lo sviluppo dei nuovi farmaci è stato esponenziale. Con i miei lavori ho contribuito a sviluppare farmaci per i tumori del colon e del polmone, ora stiamo lavorando sul pancreas. Abbiamo farmaci approvati negli Stati Uniti, alcuni approvati anche in Europa. Siamo solo all’inizio».

Pensate anche a vaccini?
«Il team della Johns Hopkins lavora dagli anni ’90 sui vaccini antitumorali. Oggi si cerca non solo di far sopravvivere ma di far vivere il paziente in terapia anticancro. L’intelligenza artificiale ci potrà aiutare a prevenire completamente i tumori prima che si formino. Senza l’AI, non sarebbero ipotizzabili tecniche di diagnostica di immagini capaci di prevenire i tumori. Ci vorrebbe troppo tempo».

Nell’America di Trump e di Kennedy jr. fare ricerca non è diventato molto complicato?
«Sono andata negli Stati Uniti perché c’erano opportunità di fare ricerca ad altissimi livelli. I grandi centri di ricerca americani hanno una marcia in più, grazie alle risorse di finanziatori privati e pubblici, a una massa critica di scienziati, di centri e di strutture senza eguali. Quando si è insediata la nuova amministrazione, abbiamo percepito tutti la differenza. Però c’è anche un lato buono: di fronte alle difficoltà, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo iniziato a lavorare aiutandoci gli uni con gli altri. Sono nate molte più collaborazioni tra centri e istituti accademici e hanno dato vita a progetti molto belli. Abbiamo fatto di necessità virtù, sperando che sia solo un momento di passaggio».

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