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Sapelli: “Tassare i patrimoni alimenta la destra sciovinista. Più investimenti contro il disagio”

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«La proposta di Gianrico Carofiglio mi lascia perplesso. Tassare i grandi patrimoni è una strada sbagliata da intraprendere. Anche perché la conseguenza principale è spaventare il ceto medio del Paese». L’economista Giulio Sapelli dice la sua dopo l’idea lanciata dallo scrittore ed ex magistrato sulle colonne de La Stampa per assottigliare le disuguaglianze sociali. Ovverosia, un’imposta progressiva sui Paperoni con un’aliquota dell’1% sulla parte tra i 10 e i 100 milioni di euro, oltre a un’altra del 2% soltanto sulla parte sopra i 100 milioni.

Torinese di nascita, un curriculum sterminato, Sapelli oggi si autodefinisce «cattolico in fede e marxista come pensiero economico».

Perché la proposta non la convince?

«Credo che in una fase storica dove stiamo assistendo al neonazionalismo contro gli immigrati, populista, fomentato dalle differenze di classe, dalla disgregazione del ceto medio e di ciò che resta della classe operaia, le riforme che agiscono sulle tasse siano erronee. Per quanto possano trovare riscontro positivo in una parte dell’elettorato di centrosinistra, alimentano questa destra sciovinista che sta prendendo il sopravvento in Europa, compresa la propaganda di Roberto Vannacci».

Però, potrebbe iniettare circa 70 miliardi nelle casse pubbliche statali…

«Su questo non ci piove. Tuttavia, preferirei delle misure che agiscano sul diritto di proprietà piuttosto che incentivare imposte patrimoniali. Proposte da sinistra di classe, non alla Pierre-Joseph Proudhon. Il nostro riferimento deve essere il Piano Ina-Casa voluto da Amintore Fanfani (il programma statale per l’edilizia residenziale pubblica, partito nel 1949 e attivo fino al 1963, ndr): creare più alloggi comunali e spingere su leggi anti-Airbnb tramite un ente pubblico».

Una misura più attuale?

«Prenderei spunto dal programma della Die Linke che ha vinto a Berlino: accessibilità e socializzazione dei grandi patrimoni immobiliari, un principio agganciato all’articolo 15 della Costituzione tedesca. Un intervento che non significa nazionalizzare, ma trasferire sotto un controllo pubblico, comunale, gli immobili in mano alle grandi società per sventare speculazioni e garantire prezzi equi degli affitti».

Non sarebbe meglio intervenire prima sulle case disabitate?

«Può darsi, ma senza requisire, anche soltanto temporaneamente, gli immobili, come invece propone una parte del centrosinistra. Ciò andrebbe a intaccare il diritto alla proprietà. Per quanto mi riguarda, sono a favore di un sistema cooperativistico a proprietà indivisa. Anche perché ormai una persona a basso reddito spende il 40% dei suoi guadagni nell’abitazione, uno ricco il 6-7%. Da questi assunti, dobbiamo iniziare a ragionare e agire».

Il ritorno della mano pubblica, insomma?

«Al posto di aumentare le tasse, servono investimenti pubblici, anche a costo di sforare un po’ il deficit. Dobbiamo sempre ricordare che esiste debito sano e debito insano, come ci ha rammentato a suo tempo l’ex presidente del Consiglio, Mario Draghi».

E tassare i cosiddetti extra-profitti di banche e big oil, come chiede il vice premier Matteo Salvini?

«Idea del tutto fallace, specialmente perché non esistono gli extra-profitti, ma solo i profitti di un’azienda».

Invece, il tetto ai prezzi di benzina e gasolio introdotto da Eni?

«Una mossa intelligente di una grande compagnia integrata, che va dal pozzo fino alla pompa. La strategia dell’amministratore delegato, Claudio Descalzi, è apprezzabile: la società ci guadagnerà e gli azionisti saranno lieti di questa politica».

Tornando alle disuguaglianze sociali. Il malessere sociale pare diffuso in Europa, come dimostra quanto sta accadendo in Francia. Cosa ne pensa?

«In Francia studenti e studentesse stanno protestando legittimamente contro le scarse risorse pubbliche per la scuola. Per la prima volta della storia, le tre principali confederazioni sindacali, comprese Cfdt e Force Ouvrière, appoggiano le proteste studentesche. Questo perché pongono il problema dei beni pubblici. E quel che conta è intaccare il principio della proprietà privata».

Il modello di economia del benessere dell’Ue è in crisi?

«L’Unione europea è liberista e liberale, non è una organizzazione ispirata alla dottrina sociale cattolica o a quella socialista. Ormai la visione mercantilistica si è consolidata in tutto e per tutto: basti vedere lo svuotamento della Confederazione europea dei sindacati».

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