Nelle immagini è tutto un sorriso con i leader in prima fila, strette di mano, palchi condivisi. Tuttavia, la politica non si misura sulle foto opportunity e gli italiani sembrano averlo capito.
Secondo il sondaggio realizzato da Only Numbers per Porta a Porta, il 60,5% degli intervistati non vede nel Campo Largo una coalizione unita e coesa. Un dato che, preso da solo, si potrebbe liquidare come il giudizio scontato degli avversari, ma è quando si guarda dentro l’elettorato del centrosinistra che il quadro diventa davvero interessante, perché emerge un forte scetticismo tra le parti. Un elettore del Partito Democratico su due (50,4%), infatti, condivide la medesima diagnosi in cui l’unità celebrata nelle immagini non corrisponde a quella percepita. Più prudenti gli elettori del Movimento 5 Stelle, dove quasi il 40% (37,1%) è su questa posizione, ma con un elettore su tre che non si esprime (33,3%), segno di una zona grigia ampia, di un’attesa che non è ancora adesione. Controcorrente appaiono Alleanza Verdi e Sinistra che con il 46,2% dei loro elettori sono certi della compattezza del Campo Largo. Il tutto sembrerebbe suggerire che, in una coalizione a geometria variabile, le forze che hanno una identità più netta e meno ambizioni di guida vivono la coabitazione con meno frizioni.
VERSO IL VOTO
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Il punto politico è che la coesione non si decreta, ma si costruisce su un programma condiviso, su una leadership riconosciuta, su regole del gioco chiare. E oggi restano domande aperte su tutti i fronti. Il test più evidente è la questione Italia Viva-Casa Riformista. Il 45,5% degli elettori si dice favorevole all’ingresso di Matteo Renzi nella coalizione, tuttavia tra gli elettori di Giuseppe Conte il 58% si dichiara nettamente contrario. Gli elettori di Alleanza Verdi e Sinistra si spaccano a metà, con un 41% di favorevoli e un 41% di contrari. Non è solo una questione di simpatie personali, tutt’altro, perché Renzi incarna una cultura politica, riformista, centrista, liberale in economia, che stride con l’anima più identitaria e movimentista dell’alleanza. E poi l’aritmetica è impietosa. Con le due coalizioni di centro destra e centro sinistra separate da uno scarto minimo, rinunciare a una forza come Italia Viva che vale tra il 2% e il 3% significa scegliere di regalare punti preziosi agli avversari.
In un sistema competitivo, e con una legge elettorale che – sembrerebbe – premiare le coalizioni, il purismo ha un costo, e potrebbe essere il costo della sconfitta. Escludere chi sta nello stesso campo, per storia e per collocazione, è una scelta che richiede una giustificazione politica molto solida, non solo una repulsione di carattere. Detto questo, chi vuole Matteo Renzi in alleanza deve anche argomentare a quale prezzo, perché allargare la maglia senza chiarezza sui contenuti rischia di produrre un’ammucchiata, esattamente l’immagine che gli elettori già temono.

C’è poi la questione interna al Partito Democratico, forse la più delicata. L’area di Base Riformista si è ritrovata alla Casa del Popolo di Caiano, vicino a Prato, per discutere dei confini da non oltrepassare nelle scelte programmatiche del Campo Largo. Tra i punti fermi hanno trattato il mantenimento dell’appoggio all’Ucraina e la possibilità di presentare un proprio candidato alle primarie. Sono due messaggi diversi ma convergenti: il primo dice che sulla politica estera e sulla collocazione atlantica ed europea non si tratta, mentre il secondo che la leadership non è una questione già chiusa. Un’iniziativa legittima, anzi salutare in un partito che dovrebbe fare del pluralismo la sua ragion d’essere. Tuttavia, è anche il segnale che la coalizione non è solo attraversata da differenze tra partiti diversi, ma le fratture corrono dentro lo stesso Partito Democratico.

Sul fronte dell’elettorato, la reazione non è univoca. Il 55% degli elettori del Movimento 5 Stelle si colloca nell’area dell’indecisione rispetto a queste proposte, mentre uno su due nel Campo Largo (50%) le interpreta con pessimismo. Insomma, non c’è un rifiuto, ma neppure un’adesione; emerge invece una platea che aspetta di comprendere. Se oggi ci chiediamo cosa servirebbe ci si potrebbe ispirare allo spirito del centro destra e si potrebbe iniziare da un programma minimo vincolante. Non un libro dei sogni di cento pagine, ma pochi punti chiari su politica estera, fisco, lavoro e diritti, con la lealtà di dire anche su cosa non si è d’accordo e come si intende decider
Anche le regole sulla leadership dovrebbero essere definite. Le primarie infatti possono essere uno strumento di legittimazione e grande forza mediatica o una fonte di lacerazione, a seconda di come e quando si fanno, e con quali garanzie di lealtà al vincitore. Detto questo, rimandare il tema non lo fa sparire. Ne consegue la necessità di adottare una scelta chiara e pulita su Matteo Renzi: o dentro con regole condivise, o fuori con una motivazione politica esplicita. La via di mezzo, il sì ma non si dice, la tolleranza senza riconoscimento, è la più logorante. Il 60,5% che non vede coesione non sta dando un giudizio definitivo, sta lanciando un avvertimento. La coalizione ha ancora il tempo e i numeri per smentire chi la crede solo una somma di sigle. Tuttavia per farlo dovrà passare dalla politica delle foto a quella dei fatti con meno sorrisi sul palco e più decisioni nel merito, perché gli elettori, come dimostra questo sondaggio, guardano le immagini, ma poi valutano la sostanza. E soprattutto, non si accontentano di una unità dichiarata sulla carta, ma desiderano vederla funzionare.
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