Schlein-Conte, il senso della sfida

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Caro direttore, se alla fine Elly Schlein e Giuseppe Conte si affronteranno nell’ordalia delle primarie del centrosinistra dovranno dare, tutti e due, un significato a quella sfida. Un significato non troppo dirompente, per evitare che la loro coalizione vada a carte quarantotto. Ma neppure troppo edulcorato, affinché non sembri solo un conflitto tra (legittime) ambizioni personali. Dunque in quel caso si può immaginare, e magari confidare, che entrambi dovranno risalire un po’ indietro nel tempo per fare i conti con le radici profonde e lontane delle loro rispettive storie politiche. Quelle legate non tanto alle loro persone quanto piuttosto ai loro “partiti”.

A quel punto Schlein si troverà a doversi misurare con le origini del Pd. Cioè con quel lungo tratto di strada che conduce dalla lontana eredità delle grandi e controverse forze della prima repubblica fino ai giorni nostri (e suoi). Quel percorso era iniziato con l’intenzione di radunare sotto lo stesso tetto dirigenti, militanti ed elettori che avevano cominciato a guardare alla politica inforcando le lenti di quella che fu la prima repubblica. Finendo poi per dare vita, se così si può dire, al partito più partito che c’era. La prima ondata del Pd era formata appunto dai discendenti dalla più antica nobiltà repubblicana.

E aveva immaginato, non senza un certo ottimismo, che tutta quella nobiltà si sarebbe trovata bene dopo aver deposto le armi e gli argomenti delle battaglie passate. A quel punto s’era deciso anche di chiamarsi “partito”, non senza un certo ardimento, in un contesto in cui tutt’intorno imperversavano le leghe, le forze, i movimenti e da ultimo perfino i fratelli. Con tutta quella complessa eredità Schlein, che pure è giovane e non ama attardarsi troppo nella storia, dovrà pur fare i conti. E se sarà chiamata a misurarsi in una contesa nel suo stesso ambito –si chiami campo o alleanza o come diavolo si vuole– a quel punto non potrà esimersi dal misurare le sue ambizioni sul metro di una storia più lunga, più antica e densamente intrisa di politica.

Dall’altra parte Conte avrà il suo daffare nello spiegare se e fino a che punto egli ancora si rispecchi in tutt’altra storia. E cioè in quella origine così indignata, populistica, antipolitica che a suo tempo diede il là al Movimento 5 Stelle. Il fatto è che tutti quei sentimenti (e risentimenti, soprattutto) che una quindicina d’anni fa muovevano le piazze e solleticavano la pancia nascosta del Paese sono stati anche la molla che ha messo in movimento il destino politico dell’ex premier. E per quanto quel mondo si sia via via istituzionalizzato, almeno in parte, indossando abiti più confacenti e recitando parole d’ordine più castigate, resta a tutt’oggi come un dilemma da chiarire. Un conto infatti è prenderne le distanze in silenzio, un altro conto è farne oggetto di una revisione storica in pompa magna. Anche Conte insomma sarà chiamato a fare i conti con quella radice “grillina” che non gli deve essere mai andata troppo a genio ma che pure gli ha aperto le porte di un cammino che lo ha condotto fino a Palazzo Chigi. E dunque, cos’è rimasto di quel fervore così polemico? E come si regolano, ora, quei conti? Parlo di conti ideali, non pratici. Si dirà, anche qui, che molto, moltissimo è cambiato in corso d’opera. Eppure non è peregrino chiedere, e chiedersi, se quel vigoroso assalto alla diligenza e poi quel successivo mettersi a cassetta siano stati il frutto di una convinzione, di un sentimento oppure solo di un’astuzia.

In altre parole se i due contendenti volessero dare un senso profondo, e autentico, a quella loro disfida, dovrebbero arrovellarsi inevitabilmente tutti e due –da diversi e quasi opposti punti di vista– sul rapporto che corre tra la nostra più blasonata tradizione politica (di cui il Pd era il simbolo) e la irruzione di nuove forze e di letture assai più abrasive e dirompenti dell’animo del Paese. Circostanza che inevitabilmente indurrebbe anche a farsi qualche domanda sulla compatibilità di queste due “visioni”. Insomma, se il confronto partisse dalla storia –sia pure una storia recente e tuttora in divenire– si capirebbe anche meglio quale esito abbia dato quell’onda di protesta antipolitica che si è abbattuta sulle mura del Palazzo. E se quel Palazzo, sfidato pochi anni fa in modi così inattesi e così inconsueti, ne ha tratto lo spunto per rendere più solida la sua costruzione e più accoglienti i suoi ambienti. E infine, se tutta quella protesta antipolitica a cui s’è data voce ha trovato poi il modo di fare davvero i suoi conti con le complessità, le sottigliezze, gli equilibri e le procedure che solitamente regolano lo svolgimento della disputa democratica.

In fondo, quella tra Schlein e Conte è anche la sfida tra un passato antico e un passato più recente. Che dovrebbero essere poi due modi diversi di esplorare il futuro.

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