Ci sono una settantina di persone in fila per il cibo nel piazzale del cimitero a Ventimiglia. La maggior parte sono bengalesi, afghani e africani. Quasi tutti hanno in tasca un permesso di soggiorno; molti ce l’hanno scaduto e ne portano il foglio appallottolato in tasca.
Sono i migranti stanziali del confine, un ossimoro che però spiega bene la loro situazione: persone rimaste incagliate nella frontiera che vivono in città da settimane, mesi o addirittura anni.
I recenti dati pubblicati dalla Caritas mostrano chiaramente che, mentre i flussi sono diminuiti, la vera criticità è legata a queste persone fragili e abbandonate a se stesse. Una rete di volontari italo-francese porta loro del cibo ogni sera alle 18,30. Mercoledì era il turno del Secours Populaire Français: in cinque arrivano direttamente da Nizza con un furgoncino bianco. Una volta nel piazzale, sistemano un tavolino e vi ripongono sopra il cibo: vaschette con riso e verdure, yogurt, banane, bottiglie d’acqua. «Portiamo un’ottantina di vaschette», spiega Kiana, che indossa una pettorina blu con il logo dell’associazione.
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Il piazzale, a un primo colpo d’occhio, appare diviso per etnie, con i gruppi sparsi un po’ qui e un po’ là. Si capisce che non si tratta di migranti di passaggio, ma di stanziali: «Come vedi, nessuno di loro ha con sé un trolley, una valigia o uno zaino. È tutta gente che vive qui, magari da molto tempo» spiega Filippo Lombardo, capelli e barba lunghi, che distribuisce regolarmente i pasti nel piazzale.
Sono persone arrivate a Ventimiglia che, una volta finiti i soldi, sono rimaste impigliate nelle fitte maglie della microcriminalità, con un paradosso che però non sfugge: «Hanno i documenti, anche se scaduti, ma la burocrazia è lenta. Nessuno offrirebbe mai loro un lavoro né darebbe loro un appartamento in affitto» spiega Lombardo. Poi aggiunge: «Vivono tutti per strada, la maggior parte in spiaggia. Alcuni, nonostante i recenti sgomberi, sono tornati con i sacchi a pelo ad accamparsi nel greto del fiume Roja». Durante la distribuzione c’è sempre un po’ di nervosismo: «Molti si contendono la piazza, magari chiedono più vaschette di cibo per poi portarle in stazione e rivenderle ai migranti di passaggio».


Tra di loro si muovono anche i passeur, divisi tra “capi” e “galoppini”, chiarisce il volontario: «I galoppini vanno a prendere i migranti che arrivano alla stazione, li portano nei punti chiave della città dove riscuotono i soldi, e poi ripartono». Tra i volontari c’è chi, per mantenere l’ordine ed evitare che si affollino tutti intorno al tavolo, alza la voce e grida affinché si rispettino le regole: «Lo devo fare per forza, altrimenti c’è il rischio che prendano il sopravvento», ammette. Poco distanti, all’ora di cena, ci sono anche i carabinieri e la polizia in borghese, che chiedono ai responsabili informazioni sul numero di pasti distribuiti. Il volontario rimarca che molti stanziali finiscono invischiati nella microcriminalità locale, che nella città di confine si traduce in «spaccio di droga, prostituzione e tratta di esseri umani. Qui in fila a prendere il cibo ci saranno almeno una ventina di passeur».

La macchina della solidarietà, tuttavia, è ben oliata e lavora in sinergia con la Caritas: «La Caritas si occupa del pranzo e della colazione, le associazioni italo-francesi della cena. Io vengo qui tutti i mercoledì e i giovedì». Lombardo conosce bene le dinamiche della frontiera: «Tutti i migranti che arrivano hanno già un contatto qui, sanno chi chiamare. I passeur, a loro volta, hanno listini molto cari: 300 euro per andare in Francia in macchina, 100 in treno, 50 a piedi passando per il tristemente noto “Sentiero della morte”. Chi finisce i soldi, finisce pure le speranze». È un piazzale desolante, proprio come il cimitero davanti a cui sorge: «Si dividono in gruppi in base alla loro nazionalità. Purtroppo qualcuno a volte si scalda più del dovuto e le bagarre sono frequenti. Quando la situazione diventa critica, la polizia in borghese interviene sempre».
Nella città di confine, dopo tanti annunci, dovrebbe arrivare anche il secondo Pad (Punto di accoglienza diffusa), ma parlando con chi mastica un po’ di inglese la situazione appare paradossale: la struttura è per chi è di passaggio e «loro non ci vogliono andare». Preferiscono restare nell’ombra, invisibili.
Alla fine della distribuzione, c’è chi chiede inutilmente di essere portato in Francia e chi, con gli occhi bassi, si allontana in silenzio per le vie della città
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