Scontro sui carburanti, “Le piccole aziende rischiano di chiudere”

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«Serve bloccare il prezzo dei carburanti contro la speculazione». L’ondata di rincari dei beni alimentari non è ancora arrivata. Ma la Bce non sembra lasciare spazio a dubbi e prevede che l’inflazione alimentare aumenterà nel breve termine e raggiungerà il picco del 3,7% nel secondo trimestre del 2027, a seguito dello shock dei prezzi energetici. Difficile reggere la pressione, tra i timori di riduzione dei consumi e incrementi che non si riescono più ad assorbire senza scaricarli sulle famiglie. Per questo le imprese lanciano l’allarme.

«A settembre – sottolinea il presidente di Confimprenditori, Stefano Ruvolo – faremo i conti con un mercato profondamente diversificato: a resistere saranno solo le grandi imprese, mentre le piccole rischiano seriamente di chiudere». Da qui la proposta di introdurre un prezzo bloccato per fermare la speculazione. «Riteniamo – dice Ruvolo- che un price cap equo non dovrebbe superare, oggi, 1,90 euro al litro per la benzina e 1,95 euro per il diesel». Al di sopra di queste soglie «devono scattare verifiche immediate».

Concorda anche Michele Santoni, presidente nazionale di Cna-Fita. «Per un’azienda di trasporti, il gasolio rappresenta il 30% dei costi. Le norme – evidenzia – consentono un ritocco se il prezzo del carburante supera il 2% di quello di riferimento. Ma non siamo riusciti a riversare gli extra ai committenti. Spesso, si tratta di clienti storici e va tenuto conto che più della metà dei contratti conclusi dalle piccole imprese del nostro settore non sono scritti. Dunque, o ti accolli il costo o rischi di perdere la commessa».

Come si affronta la ripresa? «Se continua questa oscillazione, non riusciamo a pianificare» prosegue Santoni. «Dal 1° settembre parte il credito d’imposta, sicuramente un beneficio ma non è riconosciuto a tutti: i trasportatori più piccoli, quelli della consegna dell’ultimo miglio, non hanno i rimborsi. La situazione per la stagione invernale è preoccupante: a molti può mancare la liquidità. Chiediamo una soluzione: a Malta, per esempio, hanno messo un tetto massimo al gasolio».

Proprio i diretti interessati da una tassa sugli extraprofitti, ossia i petrolieri, incominciano a mobilitarsi. In una lettera indirizzata alla premier Giorgia Meloni e al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, scrivono che «il settore sarebbe a rischio con nuove tasse perché ulteriori prelievi fiscali frenerebbero capacità di investimento». Con la conseguenza che operatori internazionali andrebbero ad investire altrove quando invece servirebbero «investimenti per trasformare le raffinerie e accompagnare la transizione».

La criticità attuale dei mercati, spiega nella missiva Gianni Murano, presidente dell’Unem, l’associazione che riunisce le principali imprese italiane del settore della distribuzione, raffinazione e logistica petrolifera, «è dovuta ad un insufficiente livello di capacità di raffinazione a livello europeo, stimabile in diversi milioni di barili al giorno» e anche «ad una politica energetica che nell’ultimo decennio ha privilegiato gli obiettivi di decarbonizzazione a scapito delle esigenze di sicurezza degli approvvigionamenti, vincolando sempre più la domanda europea all’importazione di prodotti finiti». Però, in concomitanza con l’ultimo grande controesodo estivo, il Codacons calcola che si prospetta un aggravio da «circa 430 milioni» a causa di maggiori spese per i rifornimenti rispetto al controesodo del 2025.

E l’industria? «L’industria alimentare sta compiendo uno sforzo enorme per contenere i costi e tutelare le famiglie» sottolinea Luigi Pelliccia, responsabile Centro studi Federalimentare. «Come certifica l’Istat, i prezzi al dettaglio dell’alimentare lavorato a luglio hanno segnato un – 0,2% sullo stesso mese del 2025, a riprova del fatto che le imprese hanno continuato ad assorbire gli aumenti. Dunque, è lampante il contributo calmieratore del nostro settore al carrello della spesa».

Per l’agricoltura, all’impennata dei prezzi di energia, carburanti e fertilizzanti per la strozzatura di Hormuz, si somma l’effetto del clima che aggrava ulteriormente i costi del settore. «Viviamo un calo della produzione in diverse regioni come Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna. È bene ricordare che i maggiori costi non vengono trasferiti a valle sempre ed eventuali rincari al dettaglio, in questo momento, non vanno in tasca agli agricoltori», commenta Vincenzo Lenucci, direttore dell’area economica del Centro Studi di Confagricoltura.

Preoccupazioni per l’autunno? «Gasolio e fertilizzanti. Entrambi non sono tornati ai livelli precedenti perché, una volta saliti, i prezzi tendono comunque ad assestarsi al rialzo anche quando riscendono» continua Lenucci. «Il regolamento europeo svincola per il nostro paese 47 milioni di euro per i maggiori costi dei fertilizzanti ma è possibile un cofinanziamento dell’Italia fino al 200% in più. E servono strumenti a copertura dei danni diretti delle calamità naturali».

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