Finalmente possiamo rilassarci. Dopo tremila anni di filosofia, trecento di Illuminismo e qualche decennio di psicanalisi, la domanda delle domande ha trovato risposta. Siamo liberi? No. Lo sappiamo non grazie a Platone, Sant’Agostino, Spinoza, Kant o Freud, ma perché ce lo ha gentilmente notificato un algoritmo cinese.
Un’azienda di Pechino, la Geedge Networks, sta sviluppando sistemi di intelligenza artificiale capaci di prevedere chi diventerà un dissidente. Avete capito bene: non chi lo è già o chi sta per diventarlo. Chi lo diventerà. Prima ancora che ci pensi. Anzi, prima che quello stesso pensiero acquisti tecnicamente gli elementi per formarsi.
Un salto concettuale che relega il cartesiano “penso dunque sono” in soffitta, da qualche parte tra il fax impolverato e il televisore della nonna. Il nuovo paradigma è molto più efficiente e decisamente più alla moda: “sei perché qualcuno ti ha già profilato” . È il pensionamento anticipato del libero arbitrio, liquidato con una buonuscita algoritmica come un qualsiasi quadro in esubero. Con tanti saluti a dubbi esistenziali, dilemmi morali e quell’antiquata ossessione di voler avere un’opinione propria.
E dire che, fino a ieri, scrutare le profondità della nostra coscienza era prerogativa esclusiva dell’Onnipotente. Lui solo vedeva nel cuore degli uomini, giudicava i pensieri più reconditi, le intenzioni mai confessate, i peccati vergognosamente concepiti ma pudicamente non commessi. Adesso lo fa la start-up di Pechino con contratto governativo e un’ottima connessione al cloud del Partito.
Come ogni divinità onnisciente che si rispetti, l’algoritmo sa e si annota tutto: dove vai, cosa guardi, cosa leggi, con chi parli, quando dormi, con chi dormi, cosa compri, cosa cerchi e, soprattutto, cosa smetti improvvisamente di cercare. Costruisce il tuo profilo, lo istruisce, lo raffina nel tempo ed emette infine la sua sentenza: il caro signor Chiunque, in un orizzonte temporale statisticamente determinato, maturerà un’inclinazione inopportuna, un dubbio fastidioso, un pensiero politicamente sgradito. Naturalmente lui non lo sa ancora. Non lo sospetta nemmeno lontanamente. Ma il sistema sì. E non può certo starsene lì ad aspettare che il tizio sviluppi davvero un’opinione autonoma sul mondo. Sarebbe irresponsabile. Pericoloso. Inefficiente. Le idee personali sono costose da gestire e poco prevedibili. Meglio intervenire prima che inizi a farsi strane idee — tipo riflettere, dubitare, o peggio ancora dissentire. Minority Report in mandarino: da distopia cinematografica a prototipo del nostro prossimo futuro.
Naturalmente c’è chi obietterà: “si tratta ancora di prototipi”, “l’analisi probabilistica non è la lettura dell’anima”, “in Europa abbiamo regolamenti severissimi sull’intelligenza artificiale”, “questa è precisamente la differenza tra le nostre democrazie liberali e l’autoritarismo cinese”. Tutto giusto e in qualche misura persino rassicurante. Ma a crogiolarsi troppo nelle proprie conquiste si rischia di fare la fine della cicala ad agosto. Per tre ordini di ragioni: tecniche, politiche e filosofiche.
La ragione tecnica è la più immediata. I dati non hanno passaporto e non nutrono particolare rispetto per la geografia politica. Circolano, si accumulano, scivolano con disinvoltura ben oltre i confini novecenteschi degli stati-nazione. Le direttive europee sull’intelligenza artificiale sono strumenti seri, costruiti con attenzione e competenza. Il guaio è che i dati non le leggono. I sistemi di sorveglianza cinesi raccolgono già oggi informazioni su cittadini europei attraverso piattaforme transnazionali e reti digitali senza bisogno di occupare fisicamente uno spazio. La sovranità digitale, a differenza di quella territoriale, non si difende con carri armati né con regolamenti: richiede infrastrutture che oggi l’Europa non ha ancora e soprattutto una velocità strategica incompatibile con i tempi liturgici della sua macchina istituzionale.
La ragione politica è più insidiosa. Per decenni l’Occidente ha vissuto dentro un’equazione apparentemente solidissima: libertà individuale più mercato uguale democrazia, innovazione e benessere. Era una bella storia. Talmente bella da convincerci che fosse una legge naturale. Poi è arrivata la Cina a dimostrare che il capitalismo funziona benissimo anche senza liberalismo politico. E adesso sta dimostrando che anche l’efficienza tecnologica può prosperare comprimendo progressivamente gli spazi della sovranità individuale.
È qui che le democrazie iniziano ad avere un problema serio. Perché nel frattempo, anche in Occidente, il concetto di libertà sta cambiando natura: è sempre meno diffusa e sempre più concentrata in pochi soggetti privati che accumulano dati, capacità di calcolo, infrastrutture strategiche e inevitabilmente influenza politica. La distanza tra il modello cinese — dove potere politico e potere tecnologico coincidono esplicitamente — e il modello occidentale si sta riducendo più in fretta di quanto convenga ammettere in pubblico.
Infine, c’è la ragione filosofica: il piano di trasformazione più radicale. Fino a oggi la tecnica aveva tentato di controllare il mondo esterno: territori, produzione, corpi, consumi, comunicazioni, comportamenti. Oggi punta a colonizzare qualcosa di infinitamente più profondo: l’universo interiore. Quello strato ancora informe che precede il pensiero stesso. La zona pre-razionale in cui nascono intuizioni, paure, impulsi, desideri, istinti. Quel luogo opaco e imperfetto da cui emerge l’imprevedibilità umana. È l’ultima frontiera della volontà antichissima di eliminare definitivamente l’incertezza dal mondo, fuori e dentro di noi. Un traguardo che forse non abbiamo ancora raggiunto del tutto. Ma che, a giudicare dalle evidenze, parla già un ottimo mandarino.
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