Dilaga la protesta contro il caro gasolio. Blocchi e manifestazioni stanno interessando soprattutto il Mezzogiorno, ma il timore è che presto possano estendersi anche ad altre regioni. Dall’inizio della guerra, si è registrato un aumento di oltre 50 centesimi al litro. Gli autotrasportatori si dicono pronti a fermare il Paese. Chiedono al governo di mettere a disposizione le risorse già stanziate proprio per il caro carburante (ma che ancora non sono arrivate) e prevederne altre. Già annunciate nuove mobilitazioni con immediati contraccolpi sulla distribuzione delle merci, la viabilità e i rifornimenti di carburante. Mentre, da oggi e sino al 20 ottobre, sarà sciopero in Sicilia e Calabria.
«È molto preoccupante – fa sapere il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo – perché l’eccesso di prezzo ha generato una situazione di alta tensione che è sfociata in proteste spontanee in alcune aree». Si tratta di mobilitazioni che non risultano proclamate dalle associazioni di categoria. Ciò «è ancora più inquietante perché ci si sta muovendo nell’ambito della disperazione degli imprenditori». Per l’Unatras, l’Unione nazionale delle associazioni dell’autotrasporto merci, il comparto è sull’orlo del collasso. «Abbiamo superato il livello di guardia, come dimostrano le tensioni e i blocchi autonomi». Condannano l’assenza di confronto con il governo. «Senza l’autotrasporto l’Italia si ferma, Il rischio imminente è la paralisi totale della logistica e del sistema economico del Paese».
La protesta in Puglia contro il caro gasolio 
Il fronte più caldo è quello pugliese: qui alle manifestazioni dei trasportatori si aggiungono le difficoltà nell’approvvigionamento di carburante. A Taranto, da giorni, i lavoratori ex Ilva sono in presidio con blocchi stradali che si ripercuotono sulle autocisterne in uscita dall’Eni. Grandi disagi considerando che la raffineria serve ampi territori di Puglia, Basilicata e Calabria, rifornisce i servizi essenziali di pubblica utilità (mezzi di soccorso inclusi), gli Aeroporti di Puglia, la rete Enilive ma anche altre compagnie. Nella regione la protesta s’intreccia a quella di agricoltori e olivicoltori con blocchi lungo le strade e cortei. Presidi anche all’ingresso di Vieste e al casello di Poggio Imperiale. A Cerignola agricoltori e autotrasportatori hanno sfilato con trattori e mezzi pesanti. Denunciano il costo del gasolio agricolo, salito oltre 1,6 euro al litro, e il calo del prezzo dell’olio extravergine che non copre nemmeno i costi di produzione.

A Cosenza scorte di benzina e diesel esaurite in gran parte delle stazioni di servizio, a Lamezia Terme i distributori con prezzi più bassi sono chiusi in conseguenza delle mancate consegne di carburante. Numerosi disagi anche in alcuni comuni lucani: a Matera è stato necessario l’intervento della polizia municipale per regolare il traffico nei pressi di alcune stazioni di servizio. Intanto, in alcuni supermercati, scaffali vuoti, primo effetto delle difficoltà di approvvigionamento dei prodotti.


In Sicilia, causa sciopero, i camion dovrebbero restare fermi nei porti sino a giovedì. Le imprese denunciano il caro carburante e l’aumento dei costi per i collegamenti marittimi. Potrebbero essere sospese anche le operazioni di scarico delle navi con prodotti alimentari destinati alla grande distribuzione. Anche gli olivicoltori sono sul piede di guerra e c’è chi sta proseguendo ad oltranza con la mancata raccolta delle olive. In Calabria, da oggi, già annunciati oltre venti presidi, per una mobilitazione che si aggiunge a quella degli agricoltori iniziata già da giorni.
Non va meglio neppure al comparto ittico. Annunciato lo stop – a carattere nazionale – il prossimo 22 ottobre. In Sicilia, in occasione dello sciopero, sarà blocco di un centinaio di pescherecci nello stretto di Messina. A Trapani pescatori e armatori hanno già lasciato i documenti di bordo in Capitaneria di porto in segno di protesta. Chiedono di pagare il gasolio per la pesca tra 60 e 70 centesimi al litro. Oggi è più del doppio.
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