La voce è potente e quando tace si avverte la differenza, lo spazio è ingombrante e se si svuota cambia l’atmosfera, l’atteggiamento, nella gran parte dei casi, è prepotente e non tollerabile: è la curva vista dal campo in una prospettiva costretta che inquadra solo una fetta di tifo, il mondo ultrà. La gente che ha fermato il derby di Torino e spinge il presidente delle serie A Simonelli a una richiesta di distanza: «Non ho mai capito la sudditanza psicologica che società e giocatori hanno nei confronti delle curve, trovo fuori luogo il gesto di riverenza con cui vanno a salutare il settore. È un problema culturale». Sì e come tale ha bisogno di educazione, di anticorpi che vanno stimolati e di alternative praticabili. Perché in questo sport, che si è dannato fin troppo dentro al 2026, è sempre molto facile dire che cosa e chi togliere, ma si continua ad evitare di costruire differenze, buone pratiche, visioni contemporanee.
Simonelli dice «non capisco» e ovviamente ha ragione: è inaccettabile che un gruppo organizzato decida le sorti di una partita, chiami il capitano a rapporto, minacci e imponga la legge dell’invasione: se non fate come vi si dice roviniamo la sfida. Per capire però si può chiedere a Lotito che, tra diversi errori e altrettanti pisolini, ha strappato i rapporti con gli ultrà ben prima di andare a sbattere contro il mercato chiuso. E si è trovato lo stadio vuoto. Sia l’Inter sia la Juve hanno reagito a processi penali con rotture drastiche ed entrambe le società hanno mantenuto lo stadio pieno durante i divorzi, ma senza cori, in un ambiente che più di un protagonista ha definito «irreale» e gli altri appassionati hanno descritto come «alieno». Pur essendo un ipotetico altro universo, sostenibile, non piaceva. Sono tornati indietro. Quindi partire dall’indignazione per le scene viste all’olimpico Grande Torino è poco efficace. Vista da lì la soluzione è banale: fine degli scambi, delle intese, pazienza se quelli, non certo la meglio gioventù (soprattutto perché sono stagionati) rappresentano la fascia persistente, sempre presenti, in casa e in trasferta e quelli che si occupano delle scenografie del sostegno, delle canzoni con i testi rivisitati e rilanciati a inni. Non hanno il diritto di rovinare lo spettacolo, ma oggi ne sono parte integrante e non partire da questo dato oggettivo lascia grande margine all’inutilità del dibattito. Partiamo invece da Genoa-Siena 2012, fine aprile: siamo a Marassi, i padroni di casa perdono male, stanno sotto di 4 gol e gli ultrà contestano, lanciano fumogeni, fanno esplodere una bomba carta, ordinano ai giocatori rossoblù di togliersi la maglia. Succede. Una pigna di numeri che si lascia dietro una massa di addominali senza nome e senza senso, mai una tale esibizione di muscoli ha prodotto un così vibrante effetto di debolezza. Lì ci siamo straniti, sconvolti, preoccupati e abbiamo detto basta. Senza dare troppe colpe ai giocatori, che avrebbero potuto reagire diversamente anche se confusi e destabilizzati, però consapevoli che una situazione del genere facesse troppo orrore per non scatenare contromisure. Quattordici anni dopo siamo fermi lì. E di nuovo, non si possono dare responsabilità a Locatelli che è andato ad ascoltare e nemmeno escludere circostanze in cui ci sia qualcosa da comunicare davvero, eppure dentro a un livello di professione in cui un match analyst può stabilire a che minuto sostituire un titolare per evitare un infortunio, è assurdo che un centrocampista possa essere abbandonato in solitaria sotto una curva. Senza un protocollo, senza un dirigente, senza stabilire un approccio sano. Una tutela.
Resta il tema chiave «questione culturale» e va benissimo, splendido, solo pure lì sarà bene dare una fisionomia a questa cultura. Non vale lasciare potere ai delinquenti, punto. Neanche stabilire che il pubblico con diritto all’esperienza dal vivo sia un’élite in grado di permettersi prezzi da Mondiale ed esperienza da palco a teatro. Lì, in zona curva, non ci sono solo teppisti e boss che fanno i bulli, c’è una vasta umanità da considerare e da liberare dai capetti dello spaccio, dai taccheggiatori del parcheggio, dai fiancheggiatori del biglietto. Altrove è successo e pure in realtà italiane più piccole si provano regole di convivenza, quelle che valgono nelle comunità e che darebbero la svolta perché gli ultrà non sono gruppo, sono setta. Il tipo di grana che proprio la comunità scioglie sempre. Bisognerebbe aiutarla, crescerla e nutrirla.
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