WASHINGTON. Un summit contro “la rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra”. O detta altrimenti un’iniziativa contro la galassia Antifa, movimento decentralizzato senza nessuna struttura di comando che Trump indica fra i maggiori nemici ideologici della sua presidenza. Marco Rubio, segretario di Stato americano, ha invitato ministri e funzionari di oltre sessanta Paesi a Washington, giovedì prossimo. Fra gli invitati ci sono Paesi europei – praticamente tutta la Ue più altri partner nel Vecchio Continente – sudamericani e asiatici, si fa sapere anche se l’elenco non è stato diffuso.
Palazzo Chigi, interpellato da La Stampa, ha fatto sapere che non ci saranno esponenti italiani al Truman Building per un’iniziativa accolta con scetticismo anche dentro l’Amministrazione Usa, che teme l’effetto boomerang: «Cosa farà con i gruppi conservatori fra due anni un’eventuale presidenza Newsom?», uno dei commenti raccolti dal Washington Post che per primo ha dato notizia del summit.
Il Dipartimento di Stato ieri sera non aveva rivelato i numeri della partecipazione. Qualunque sia, è difficile che scardini i dubbi sul senso di un’iniziativa che – come ci spiega un diplomatico – ha «caratteristiche di parte e ha obiettivi politici».
Il “no grazie” italiano è in linea con la distanza e i paletti netti che la premier Georgia Meloni ha piantato fra il suo governo e il presidente Donald Trump.
La sintonia fra i due è andata via via sfilacciandosi sino ad arrivare allo scontro aperto in seguito al summit del G7, quando il presidente Usa ha raccontato di una Meloni «implorante» in una fotografia con lui. Sentendosi poi rispondere: «Io e l’Italia non preghiamo nessuno». Al vertice Nato dei giorni scorsi la premier ha ulteriormente ribadito la distanza dal tycoon.
Cordialità confermata, ma non certo quelle affinità elettive che l’avevano portata, unica leader occidentale, a presenziare il 20 gennaio del 2025 all’inaugurazione del secondo mandato di Trump e che ancora qualche giorno prima l’avevano vista ospite a Mar-a-Lago in un incontro-vertice in cui i due avevano discusso anche del rilascio in Iran della giornalista Cecilia Sala. Anche iniziative controverse come il Board of Peace avevano visto l’inverno scorso la partecipazione, pur come osservatore, del ministro degli Esteri Antonio Tajani, fra i pochi europei allo show di Trump.
Per quanto riguarda il summit anti-Antifa, Meloni è tutt’altro che isolata. Non ci saranno rappresentanti tedeschi ad esempio. E altri Paesi avrebbero – secondo quanto riferito dal Washington Post – citato un’agenda assai intasata nelle prossime settimane da non poter rispondere positivamente all’invito del Dipartimento di Stato.
Al contrario delegazioni dalla Germania e dalla Francia sono in arrivo a Washington per una serie di incontri sui rapporti commerciali; ci sarà poi, la settimana prossima, la conferenza sulla Sicurezza ad Aspen in Colorado, con diversi esponenti europei. È proprio il summit di Rubio a non convincere gli europei. Un diplomatico Ue dice: «Noi non abbiamo gli Antifa, non vedo motivo per cui dovremmo partecipare».
Per l’Amministrazione Trump questa è una priorità e il summit non nasce dal nulla. A fine maggio l’ambasciata Usa in Olanda ha tenuto un evento con esperti di antiterrorismo. Gli olandesi si sono rifiutati di co-presiederlo. In giugno all’Institute of Peace di Washington ci fu un meeting per «convincere» i diplomatici Usa che «il terrorismo di estrema sinistra» è una minaccia in crescita nel Paese. Andò quasi deserto. A metà giugno, da Foggy Bottom partì un cablo diplomatico indirizzato a oltre 20 ambasciate in cui si chiedevano informazioni sui gruppi estremisti.
Fra l’altro in novembre invece gli Usa designarono 4 gruppi europei come organizzazioni terroristiche. Fra questi la Fai/Fri definita nella nota del Dipartimento di Stato «un gruppo anarchico militante che opera principalmente in Italia» e che «dichiara la necessità della lotta armata rivoluzionaria contro gli Stati nazionali e la Fortezza Europa».
Il portavoce di Rubio, Tommy Pigott, ha spiegato che l’evento è stato organizzato perché «il terrorismo di sinistra è riemerso attraverso collegamenti transnazionali e nuove convergenze». Servono, nella visione del governo Usa, contromisure che vadano oltre i confini Usa. È la linea che perseguono sia Sebastian Gorka, zar del controterrorismo dell’Amministrazione, sia Stephen Miller, ideologo della linea dura nazionalista e securitaria e il primo a sostenere lo scorso autunno che Antifa doveva essere inserito in una lista nera.
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