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Anne Hathaway: “Il Diavolo veste Prada 2, l’’Odissea e il figlio in arrivo: un anno magico”

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«Quando avevo vent’anni il mio obiettivo era recitare nel maggior numero possibile di film, di ogni tipo, e poi lavorare con il maggior numero di registi, dei generi più diversi». Certe volte i desideri si avverano, e oggi Anne Hathaway, 43 anni, incinta del terzo figlio, fasciata di bianco, con pancione in vista, nell’incontro a Los Angeles che dà il via alla campagna per le candidature ai prossimi Golden Globes cui seguono quelle per gli Oscar, può dire di aver fatto centro. Il 2026 è l’anno magico che l’ha vista all’opera in pellicole attesissime, Il diavolo veste Prada 2, Verity, ma soprattutto Odissea, il film di Nolan che ha sbancato i botteghini del mondo, che ha riportato il pubblico nelle sale (in Italia gli incassi superano i 58 milioni di euro), e che ora inizia la sua marcia verso i massimi riconoscimenti: «Nel personaggio di Penelope – spiega l’attrice – c’erano così tante dinamiche con cui giocare, sono stata felice di poterla rappresentare mentre, in certe scene, mostrava tutta la sua tensione. Passando un bel po’ di tempo con lei ho capito che Penelope, sul piano delle strategie e dell’astuzia, è allo stesso livello di Ulisse. Ho riflettuto su quali fossero le sue priorità, su che cosa significasse essere la regina di un regno in cui il re è assente, e cosa volesse dire essere la madre di un figlio sempre in pericolo. Ho capito quanto la sua espressione, la sua calma, la sua fedeltà, fossero, pur essendo sicuramente autentiche, la principale arma di cui poteva disporre».

È la terza volta che Anne Hathaway lavora con Christopher Nolan, era già successo nel Cavaliere oscuro Il ritorno e in Interstellar e, ripensandoci oggi, Hathaway riconosce in ogni prova una tappa della sua crescita artistica: «Oh my gosh – esordisce –, devo dire che ogni volta mi sento sopraffatta da un grande senso di gratitudine, Chris è un regista che riesce a ispirare, ma è anche molto alla mano. Con lui ho vissuto una strana combinazione di sensazioni, non ho mai lavorato tanto duramente, ma non mi sono nemmeno mai svegliata così presto di mattina con il desiderio di essere sul set, per assaporare ogni singolo istante della lavorazione, per avere conversazioni con un artista che è insieme geniale, brillante, e con i piedi saldamente piantati per terra». I tre film, dice Hathaway, corrispondono «a tre diversi decenni della mia vita, venti, trenta, e ora quaranta. Penso di essere stata molto influenzata dalla visione di un autore come Chris e, in questo particolare momento, visto che ora ho una carriera e una famiglia, mi attrae ancora di più di prima il modo con cui lui e sua moglie Emma (produttrice cinematografica ndr) riescono ad armonizzare le loro ambizioni e le loro vite».


Non deve essere stato semplice entrare nella mente di una donna di tremila anni fa: «Credo che in Penelope ci sia qualcosa di così universale, di così affascinante e, allo stesso tempo, di così elementare… mi sono concentrata su queste caratteristiche e poi ho studiato alcuni testi, per cercare di conoscere meglio il contesto culturale dell’antica Grecia e capire in che modo questo abbia influenzato l’etica giudaico-cristiana, parte integrante del mondo in cui sono cresciuta». Diventare la donna che disfa e tesse la tela in attesa del ritorno del marito, ha comportato anche molte scoperte: «In assenza di Ulisse è lei a comandare, per questo deve essere sempre consapevole del pericolo di spingersi troppo oltre, di oltrepassare il limite. Mi è molto piaciuto trovarmi in un’età in cui ho potuto interpretare una figura del genere, che segue il proprio percorso, che è concentrata su se stessa, che non si limita a cercare di spianare la strada agli altri, ma vive il suo potere, così com’è».

Difficile riemergere da un’avventura così profonda e, in genere, da ogni ruolo che si interpreta: «Come si fa? – sorride Hathaway – come si dice addio? Beh, semplicemente si ringrazia per aver passato insieme del tempo. Ho sempre dovuto lasciarmi tutto alle spalle in fretta, non potevo soffermarmi sull’eco di certi momenti come avrei voluto, dovevo tornare in pista, eppure adesso, per esempio, mi ritrovo a provare le sensazioni avvertite sui set di Odissea in Sicilia, ma anche a Los Angeles, perché è lì che ho iniziato la mia carriera. Ricordo la magia di girare il mio primo film in uno studio cinematografico e cosa si provava ad andare al lavoro ogni giorno, come era il tragitto in auto, cosa si sentiva stando con una troupe un’intera giornata, emozioni così fondamentali». Essere attrice significa tutto questo, e Hathaway, che ricorda ancora con uguale trasporto l’esperienza con Jonathan Demme in Rachel Getting married («un’epoca sublime»), lo sa bene. Tanto da poter passare con disinvoltura da un ruolo all’altro, commedia, kolossal storico, e ora thriller come Verity, diretto da Michael Showalter e tratto dal best seller dell’americana Colleen Hoover’s. Ennesima trasformazione, in cui la diva premio Oscar per il ruolo da non protagonista in Les Miserables, interpreta una scrittrice di successo pronta a tutto pur di immergersi fino in fondo nei vissuti delle persone che vuole raccontare: «C’è così tanta, trascinante energia nei libri di Hoover –commenta – che leggerli è come mangiare qualcosa di davvero delizioso e non riuscire a smettere, vuoi assolutamente arrivare alla pagina successiva. Quando ho alzato lo sguardo alla fine di Verity ho pensato “capisco perfettamente perché la gente sia impazzita per questo romanzo”».

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