«Ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi, proprio il massimo, senza chiederti nemmeno di stare fermo, puoi muoverti!». Immaginiamo sia stata più o meno così la conversazione tra l’uomo più potente del calcio e l’uomo più potente del mondo, come nell’esilarante lettera di Troisi e Benigni al Savonarola, nel film «Non ci resta che piangere».
La pronta confessione di Trump ci ha tolto il gusto del retroscena. Il presidente degli Stati Uniti è fatto così: la sfacciataggine, lo spregio delle regole, spesso la prevaricazione, sono la sua cifra umana e, purtroppo per il mondo, politica (la nostra premier ne sa qualcosa). «Sì, sono stato io: ho convinto io Infantino a rivedere la decisione. Quello non era fallo!».
Così, è il tycoon a entrare a gamba tesa. Scherza con i fanti (lui lo fa spesso) ma lascia stare i santi, ovvero i calciatori: la sacralità del pallone non si tocca, infatti la riprovazione è unanime e attraversa l’intero orbe terracqueo. Sono minati per sempre i valori dello sport, la certezza delle regole, il fair play. La linea rossa è stata superata e il vaso di Pandora di sospetti, illazioni e ricorsi si è aperto. Neanche con l’arbitraggio scandaloso di Byron Moreno agli ottavi del Mondiale del 2002 in Corea, che eliminò la nostra Nazionale, si era giunti a tanta ingerenza del potere sullo sport.
Se non fosse tragico, sarebbe persino comico. Il ct del Belgio, Rudy Garcia, ha parlato incredulo di «pesce d’aprile», ma tra i migliori highlight di questo match c’è il meme più virale di tutti, di sublime ironia, che vede l’attaccante Balogun rispondere al cartellino rosso dell’arbitro con un altro rosso, quello della chioma di Donald.
Per la prima volta dal giorno del maledetto spareggio con la Bosnia che ci ha eliminato, ci troviamo a ringraziare il destino che ci ha evitato l’umiliazione di essere lì, ad assistere alla morte del calcio.
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