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Il modello tricolore nei fronti più difficili

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Con la fine della Seconda guerra mondiale, la dichiarazione dei diritti universali dell’Onu, nasce la volontà, di fronte a 50 milioni di morti in cinque anni, di mettere fine alle guerre di potenza. E l’utopia di avvicinarsi alla pace perpetua kantiana. È questo il senso delle missioni internazionali, delle Nazioni Unite a partire dagli anni Cinquanta, e poi anche dell’Unione europea. Missioni di peacekeeping, cioè di mantenimento della pace, o anche peace enforcement, di imposizione della pace. Sembra una contraddizione. Militari, addestrati per sconfiggere il nemico, capaci di usare gli armamenti più avanzati e letali, e invece incaricati di salvare vite, di impedire che altri uomini si ammazzino tra di loro.

Ma la logica è la stessa del monopolio della violenza da parte delle forze di polizia all’interno di uno Stato. Se tutto il pianeta diventa un’unica comunità, governata da organismi sovranazionali, ecco che allora le forze armate assumono un ruolo di mantenimento dell’ordine. Non fara la guerra, impedirla.

Dal 1948 l’Onu ha autorizzato 72 missioni di peacekeeping. L’Ue ne sostiene in questo momento otto, e l’Eufor Althea è quella più importante. Il primo intervento delle Nazioni Unite è stato in Medio Oriente, nel 1948, dopo la prima guerra arabo-israeliana, una “supervisione della tregua” di non grande successo, visti i seguiti. Un’altra missione molto discussa fu quella in Corea, su richiesta americana, e ancor più quella in Congo, dove nel 1961 persero la vita 21 nostri uomini nell’eccidio di Kindu. Ma ci sono stati anche interventi più riusciti, come quello tra Pakistan e India, e soprattutto in Libano, dove è nato “il modello italiano di peacekeeping”. L’Unifil è stata guidata più volte da generali italiani, ha dovuto operare in almeno tre occasioni in mezzo al fuoco incrociato di un conflitto aperto, ad alta intensità, fra Israele ed Hezbollah. Eppure, il contingente italiano ha mantenuto un’indiscutibile imparzialità ed è il più apprezzato dalla popolazione locale, sia cristiana che sciita.

Il modello italiano ha basi storiche e di attitudine. L’Italia ha un passato coloniale limitato. Certo, ci sono le macchie in Libia e in Etiopia. Ma nella gran parte del mondo occidentale i nostri soldati sono visti come “neutrali”, non forze di occupazione, da prendere di mira con attentati o guerriglia. Diverso il caso delle missioni Nato, come quelle in Iraq e Afghanistan, non autorizzate dall’Onu e dove le nostre forze sono state esposte ad attacchi continui, compreso quello terribile di Nassirya. Ma anche in Iraq, per esempio con l’addestramento dei Peshmerga curdi, alla fine il modello italiano ha dato il suo contributo positivo. Il segreto sta in un obiettivo politico e strategico chiaro, e soprattutto condiviso dalla popolazione locale. In questo l’Eufor equivale all’Unifil, sul lato europeo. E l’incidente di ieri non mette in minima discussione il suo contributo alla pace. Sul terreno.

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