Lo spazio magico di Grazia Deledda

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Nel “silenzio abitato” delle case degli scrittori, i lettori cercano tracce dei mondi immaginari che quelli hanno narrato, e dei mondi reali che hanno subìto, o sublimato. Nella casa natale di Grazia Deledda a Nuoro c’è ancora molto degli uni e degli altri. La casa, a visitarla, è «un po’ paesana e un po’ borghese», come la scrittrice definì la sua famiglia. Gente benestante, con il padre Antonio che poteva occuparsi di terre e commerci coltivando anche una passione per la poesia, mentre la madre Francesca badava ai sette figli, di cui due femmine morirono giovani e il maschio più promettente, defunto prematuramente il patriarca, non terminò mai gli studi di medicina.

«La casa era semplice, ma comoda, due camere per piano, grandi un po’ basse coi pianciti e i soffitti di legno, imbiancate con la calce…». La scrittrice la descrive così nell’incipit di Cosima, l’autobiografia romanzata che prende il titolo dal suo secondo nome; postuma e incompiuta, l’opera racconta la prima parte della vita straordinaria dell’autrice, iniziata nella Barbagia di fine Ottocento e proseguita nella Roma dei primi Novecento, passando per la Svezia che le assegnò il Nobel per la letteratura nel 1926. Cento anni sono trascorsi e lei ancora resta l’unica italiana a averlo vinto.

La casa oggi è quasi come era 150 anni fa, quando Grazia Deledda lì nacque, visse l’infanzia, l’adolescenza e raccolse materia e parole per realizzare il suo sogno. Morì nel 1936, e già l’anno dopo la casa fu dichiarata monumento nazionale e preservata dagli eredi prima e dai successivi proprietari poi, fino alla donazione al Comune negli anni ‘60 e da questo alla Regione nel 1979, più precisamente all’Istituto superiore regionale etnografico che negli ‘80 l’ha resa museo e ne ha ricostruito con rigore filologico alcune stanze.

Ci si arriva salendo su per la strada principale di Nuoro, nel quartiere di Santu Pedru, girando in una via la cui targa bilingue (come in Alto Adige) porta il nome della scrittrice in italiano e in lingua sarda: “Bia Grassia Deledda”. Si costeggia un muro in pietra che finisce nel portone incorniciato da un rigoglioso glicine e poi inizia la casa con il “portoncino solido” d’ingresso.

Si entra ed è come nell’incipit di Cosima. Si attraversa la sala da pranzo e si raggiunge la cucina, spazio rustico e insieme magico dove Grazia-Cosima comincia a ascoltare le storie che avrebbero nutrito la sua fantasia. C’è il camino nell’angolo e il focolare al centro su cui sta sospeso il graticciato per affumicare il pecorino. Ci sono le stoviglie, il tagliere, il mortaio e, appesi al muro, bisacce e arnesi pastorali.

E, soprattutto, c’è la finestra che dà sull’orto-giardino. Le finestre sono piccole, ma protagoniste nella casa e nella vita della scrittrice. Da quelle che danno sulle montagne osserva il “suo” Ortobene, da quelle sulla via scruta le dimore altrui – «le case sono abbastanza civili», scrive – e fantastica sulla vita dei vicini. Oggi, la crescita della città ma anche degli alberi impedisce di vedere esattamente quel che vedeva lei. Ma le finestre sono anche il varco da cui inseguiva il miraggio del mondo, da cui sperava di vedere l’arrivo dell’affascinante Antonino e, poi, del postino che portava recensioni e guadagni dei suoi esordi letterari.

Dalla cucina si esce nel cortiletto e poi nell’orto; che oggi è solo giardino ma senza i fiori da lei nominati, dove è comunque facile immaginarla, fra gigli e rose, stare ore a «guardare la meraviglia di una farfalla»; le querce invece ci sono ancora, diventate pure loro monumento nazionale.

Tornando all’interno e salendo la prima rampa di scale ci si può affacciare su un altro ambiente ricostruito al dettaglio, la dispensa; si sale ancora e ci sono le stanze da letto ricostruite fedelmente, all’ultimo piano, quella sua piccola e la matrimoniale, «la meglio arredata della casa, con due finestre». C’è lo scaffale dei libri suoi e dei fratelli, dalla Bibbia in sei volumi del Martini al Dizionario del Tommaseo, da Verga a Lord Byron, da Capuana a Tolstoj. Lì aveva scritto racconti, novelle e il primo romanzo, Anime oneste. E lì par di vederla, origliare davanti alla porta chiusa, per sentire il fratello e l’amico declamare i versi di D’Annunzio che raccontano «di città lontane, luminose di fontane, di statue, di giardini, popolate solo di amanti, di donne bellissime, di gente felice». Cominciava a sognare Roma.

E Roma c’è, in questa casa. In una stanza è stato trasferito lo studio del suo villino romano (demolito nei ’60), completo di tutti i mobili originali commissionati all’ebanista Clemente di Sassari: due librerie con ante in vetro, scrittoio, specchio, sedie poltrone e divani rivestiti di tessuto verde. Disegnati da lei perché li voleva eleganti ma non troppo lavorati; pare temesse che gli intarsi accumulassero polvere e non confidava nella cura del personale domestico della capitale.

Altri oggetti originali, insieme con alcuni manoscritti delle sue opere, sono ospitati in teche e nella stanzetta all’ultimo piano. Ci sono gli occhialini ovali, il calamaio, il timbro per le lettere, la lente, uno spiritoso disegno che le fece la sorella Nicolina immaginando il suo matrimonio… Che avvenne con Palmiro Madesani, un marito scelto in fretta e che la sosterrà sempre, l’11 gennaio del 1900 nella chiesa del Rosario, vicino alla casa. Un matrimonio “moderno” a cominciare dall’abito, non quello tradizionale sardo ma così descritto al futuro sposo: «Il vestito argento lilla sarà guarnito di perle: figurati lo scintillio; ti offuscherò addirittura, a meno che anche tu non ti metta le spalline e quella sciabola di cui io ho tanta paura». Anche l’abito “vive” nella casa, un intreccio cangiante di seta e perline ricamate a una a una, commissionato dall’Istituto etnografico all’Istituto moda immagine di Nuoro, unico in Sardegna a diplomare professionisti dell’alta sartoria.

La “gloria” letteraria è esposta al primo piano, nelle forme della medaglia d’oro e del diploma – originali – del Premio Nobel. Con la motivazione: «Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta di problemi di generale interesse umano».

E scendendo dalla gloria del Nobel al pianterreno vien da pensare all’episodio narrato in Cosima, avvenuto quando lei comincia a essere famosa e qui riceve un giornalista biondo e grasso, di cui si innamorerà, non ricambiata: «La visita di lui suscitò il più alto orgoglio e la più cocente umiliazione. Umiliazione di doverlo ricevere in quella stanza terrena quasi povera, dove nella vecchia libreria si vedevano ancora le carte d’affari del padre morto». —

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