L’Unione europea non si trasformi in una casa di riposo

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Ceuta è diventata una crisi molto più grande di Ceuta: la cartina di tornasole delle fragilità strategiche dell’Europa e della difficoltà dell’Ue di trasformare interessi nazionali diversi in una strategia comune. Da qui, alcune considerazioni sul futuro della Ue.

Primo. La migrazione è ormai una questione geopolitica strutturale. L’Europa invecchia, l’Africa cresce; questa asimmetria rende la pressione migratoria una sfida di lungo periodo. Nel 2027 l’immigrazione sarà un terreno centrale del confronto elettorale europeo. La politica europea guarda la migrazione attraverso uno specchio deformante poiché l’emergenza di oggi oscura la dimensione strategica di domani. Ceuta è stata uno stress test della solidarietà europea. Ha mostrato quanto rapidamente una pressione sulla frontiera esterna possa diventare una disputa interna e quanto forte resti il riflesso nazionale quando sicurezza e consenso entrano in gioco.

Secondo. La demografia chiarisce la natura strutturale del problema: davanti alla casa di riposo europea cresce il grande asilo africano. Servono una politica europea dei flussi, canali legali coerenti con la demografia e una strategia africana capace di creare crescita e lavoro. Da qui emerge il paradosso della sovranità nazionale. La frontiera esterna protegge tutti, ma il costo della sua difesa ricade soprattutto su chi la presidia. Ogni Stato ha ragione a proteggersi, ma da solo può indebolire la sicurezza comune. Schengen nasce per risolvere questa contraddizione: meno frontiere interne in cambio di una responsabilità condivisa sulla frontiera esterna. Se uno Stato non si fida della capacità degli altri di controllarla, ricompaiono i controlli interni. Non è la frontiera interna il problema: è la fiducia che permette di abolirla.

Terzo. Ceuta ha rivelato una frammentazione politica profonda: gli europei hanno idee diverse su cosa debba essere l’Europa. Per alcuni, una potenza politica più integrata; per altri, un’Unione di Stati sovrani. Questa divergenza attraversa Paesi, governi e famiglie politiche e sarà centrale nel 2027. È il paradosso dell’integrazione incompiuta: l’Europa è troppo integrata per essere una somma di Stati, ma non abbastanza per agire come una vera potenza strategica.

Quarto. Questa frammentazione pesa ancora di più perché l’Europa è entrata in un unico ecosistema di crisi. Guerra, energia, migrazioni, clima, tecnologia e sicurezza non sono più separati: ogni crisi alimenta le altre. Ne deriva una diversa geografia della sicurezza. Nord ed Est vedono nella Russia la minaccia prioritaria; il Sud è più esposto a Mediterraneo, migrazioni e instabilità meridionale. L’Europa ha una frontiera comune, ma non ancora una percezione comune della minaccia.

Quinto. Difesa comune e autonomia strategica non sono più aspirazioni astratte, ma necessità. La crescente distanza tra interessi americani ed europei rende meno scontata la coincidenza tra sicurezza europea e sicurezza americana. Ma spendere di più non basta: bisogna decidere insieme che cosa difendere e a quale prezzo. Qui emerge il problema dell’unanimità, e con esso l’ipocrisia di molti Stati membri: chiedono all’Europa autorevolezza e proiezione geopolitica, ma conservano il potere di impedirle di decidere come una potenza. Finché l’unanimità consente a un singolo Stato di bloccare decisioni strategiche comuni, l’Europa può avere capacità e risorse senza riuscire a trasformarle in volontà politica.

Sesto. Il vero rischio è la progressiva marginalizzazione geopolitica dell’Europa: una potenza sempre più reattiva, che subisce gli eventi più che determinarli. Se Bruxelles resterà il luogo in cui gli Stati massimizzano il dividendo nazionale, l’Unione rischia di trasformarsi da soggetto a oggetto geopolitico: una splendida, ricca e fragile casa di riposo, incapace di difendersi, afona nei tavoli che contano e costretta ad adattarsi alle decisioni prese altrove.

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