Quel voto di 80 anni fa chiuse un’epoca e unì il Paese: vi spiego la differenza col 25 aprile

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Nella storia della nostra Repubblica la festa del 2 giugno è stata meno divisiva di quella del 25 aprile. Non all’inizio, però. I monarchici fecero molta fatica ad accettare i risultati di un referendum che li vide soccombere con un margine inferiore alle previsioni (12.717.923 voti per la repubblica e 10.719.284 per la monarchia, con una percentuale, rispettivamente, di 54,3% e 45,7%).

I tentennamenti del re, Umberto II, innalzarono la tensione a livelli altissimi. Sta di fatto che contro la Repubblica appena nata ci furono tentativi eversivi di varia natura, l’accusa, gravissima, di brogli elettorali, manifestazioni di piazza con grida di “viva il Re”, assalti alle sezioni del Pci e altri “covi” nemici, sparatorie: alla fine, oltre a vari arresti, si contarono un centinaio di feriti e 9 morti, tra i quali una studentessa napoletana, Ida Cavalieri, che, avvolta nel tricolore con lo stemma sabaudo, fu ammazzata, investita da un’autoblinda delle forze dell’ordine schierate dal ministro dell’Interno, Luigi Romita, a difesa dei comunisti asserragliati nel palazzo di via Medina, a Napoli (11 giugno 1946).

Fu uno dei paradossi di quei tempi: Napoli, proprio l’ex capitale del regno dei Borboni, spodestati da Garibaldi e dai Savoia, con l’80% dei voti a favore della monarchia in quelle giornate del giugno 1946 si rivelò la città italiana più fedele alla dinastia regnante, a riprova che il “regno del Sud”, di Badoglio e Vittorio Emanuele III, nell’arco di poco più di venti mesi era riuscito a creare un bacino elevato di consensi in cui non c’era posto per nessuna nostalgia filoborbonica o pulsione secessionista.

L’altro paradosso, forse il più lancinante, è quello della morte di Ida Cavalieri, l’unica donna a offrire la propria giovane vita per un ideale che non c’entrava niente con il proto-femminismo del voto alle donne e con gli altri aspetti più esaltanti di una competizione elettorale che, dopo venti anni di plebisciti e di ordini dall’alto, restituiva agli italiani e alle italiane la possibilità di esprimersi liberamente, di scegliere tra una pluralità di opzioni politiche.

Quella vittoria della democrazia fu comunque decisiva; la situazione piano piano si normalizzò, i vari partiti monarchici (il Pnm di Alfredo Covelli, il Pmp di Achille Lauro) si inabissarono per sempre, a differenza dei fascisti che proprio da quell’elettorato riuscirono a drenare nelle loro file consensi, dirigenti e gregari.

Questa, ancora oggi, rimane la principale differenza tra il 2 giugno e il 25 aprile: nell’autobiografia della nazione i fascisti ci sono da sempre, i monarchici non ci sono più. Il retroterra ideologico era identico, un insieme di conservatorismo spinto e di pulsioni reazionarie; in più il fascismo aggiungeva il disprezzo per i più deboli e l’uso della violenza come strategia politica.

Un’altra, non decisiva, causa di tale differenza si riferisce all’inserimento dell’Italia nel sistema politico internazionale. La scelta dei governi democristiani di aderire alla Nato (4 aprile 1949) fu operata infatti nell’ambito di uno sfrenato atlantismo che portò gradualmente la nostra Repubblica a indossare i panni dell’anticomunismo più che quelli dell’antifascismo.

La parata militare del 2 giugno, con relativa sfilata di cannoni e carri armati, oltre a rappresentare una tentazione ricorrente per quei golpisti che volevano spostare definitivamente a destra l’asse politico del Paese, mostrava al mondo che l’Italia della Dc era saldamente ancorata alla strategia della dissuasione che era il modo in cui gli americani contenevano la spinta dell’imperialismo sovietico.

Era quello il mondo della guerra fredda e, come si è più volte ripetuto, si stava da una parte o dall’altra, senza mediazioni. E questo valeva per noi, per gli Stati Uniti e per tutto quello che allora si chiamava Occidente.

Poi, dalla seconda metà degli anni ’60, con Giuseppe Saragat presidente, si cominciò a parlare di “Repubblica nata dalla Resistenza”. Da allora in poi la festa del 2 giugno seguì le altalenanti sorti di un antifascismo non sempre presente nel comportamento e nelle scelte delle nostre istituzioni.

Dal 1977 fino al 2001 fu addirittura soppressa. Fu ancora un uomo della Resistenza, Carlo Azeglio Ciampi, a imporne il ripristino, nell’ambito di una decisa valorizzazione dei simboli della “patria italiana”. Da allora in poi tutti i Presidenti della Repubblica, da Napolitano a Mattarella si sono prodigati per ribadire il nesso strettissimo che legava la Resistenza e la Costituzione, il 25 aprile 1945 della sconfitta militare del fascismo e della fine della guerra al 2 giugno 1946 del referendum monarchia-repubblica, delle elezioni alla Costituente, dell’avvento di una repubblica democratica e inclusiva.

Teniamocelo stretto questo ruolo del Presidente, oggi egregiamente interpretato da Sergio Mattarella. Non sarà molto ma, a livello istituzionale e con questo governo di destra, è anche una delle poche risorse che restano all’antifascismo.

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