Stravinskij e Casella, la strana coppia del neoclassicismo

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MARTINA FRANCA (TARANTO). Ormai le istituzioni musicali italiane di cui si occupano dei direttori artistici veri e non solo dei ragionieri (per lo più pure falsi, i conti non tornano quasi mai) sono più l’eccezione che la regola. Quando capita, però, i risultati si vedono subito. Ci voleva una musicista colta, sì, è quasi un ossimoro, ma talvolta capita, come Silvia Colasanti per portare al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca un dittico come “Pulcinella” di Stravinskij e “La favola di Orfeo” di Casella: due autori quasi coevi, 1882 il russo, 1883 il torinese, che inventano in maniera diversa e indipendente il neoclassicismo musicale.

Stravinskij prende un Settecento vero o immaginario, Pergolesi o chi per lui, perfino quello decontestualizzato della famosa o famigerata raccolta di arie antiche del Parisotti, per ricreare un mondo sonoro che sembra vero ed è perfettamente falso: non il Settecento, ma l’idea che ne poteva avere un genio del Novecento in uno dei suoi innumerevoli corsi e ricorsi del gusto. Quella che doveva essere una semplice riorchestrazione diventa una riscrittura dove, come notava lo stesso Casella, primo biografo in assoluto dell’Igor triumphans, «a poco a poco Stravinski [sic] prende il sopravvento ed alla fine vediamo il povero Pergolesi spinto da parte come “knock out”, mentre trionfa un Pulcinella duro e sghignazzante, che suona questa volta il banjo anziché il mandolino».

Insomma, Stravinskij come anticipatore, fra le mille cose, anche del post moderno: la storia della musica come gli scaffali di un enorme supermarket dove si aggira il compositore contemporaneo scegliendo i prodotti che gli servono per elaborare i suoi. In questo senso, “Pulcinella” non è un pastiche, o meglio è anche un pastiche di straordinaria squisitezza stilistica: ma il testo è un pretesto, che attraverso il mondo sonoro di Pergolesi, vero o falso non ha alcuna importanza, racconta in realtà quello di Stravinskij che, stufo di fare il barbaro, una volta di più si diverte a spiazzare tutti, da quell’orologio perennemente in anticipo che era.

In questo senso, Casella è da tutt’altra parte. Rispolverando con la complicità di Corrado Pavolini un vecchio glorioso testo di Poliziano, molto ridotto ed espunto del finale omosex (nel ’32 e nella virilissima Italia littori, non era proprio il caso), Casella vuole tornare alle fonti del melodramma, poi traviato dalla sbornia romantica e, peggio, verista. Dalla sua visione è del tutto assente l’ironia di Stravinskij: i materiali “antichi”, qui solo le parole e non la musica, non sono una citazione, ma un’appropriazione. Il risultato paradossale è che il vecchio di Stravinskij suona nuovo; il nuovo di Casella, vecchio.

Detto questo, Casella è un grande musicista e lo conferma anche in questa svelta opera da camera. Del molto Novecento italiano dimenticato, è certamente lui uno dei compositori da ricordare, come confermano le rare riprese delle sue opere, per esempio “La donna serpente” da Gozzi che, al Regio di Torino qualche anno, fece meritatamente un’ottima impressione. Poi, certo, si può sempre fare di più. Già viviamo in un simpatico clima da anni Trenta; quando Vannacci e i suoi camerati entreranno nelle stanze del potere culturale sarà magari l’occasione per riesumare “Il deserto tentato”, l’opera che celebrò la conquista dell’Impero con tanto di dedica al suo Fondatore.

Naturalmente, l’importante a teatro non è soltanto cosa si fa, ma come. Nel cortile del palagio ducale barocco di Martina, l’esecuzione è stata eccellente grazie a un direttore ventitreenne o giù di lì, Nicolò Umberto Foron, di cui tutti dicono che è un predestinato e che il soprascritto però non aveva mai ascoltato. In effetti, impressionante: gesto bello e chiarissimo (e dando tutti gli attacchi a tutti), grande autorevolezza, gusto raffinato del colore orchestrale, perfetta differenziazione fra i due neoclassicismi e, “cosa rara” per un direttore, senso del teatro.

Bravissimo, e molto bene l’Orchestra del Petruzzelli e il suo Coro femminile in piccola formazione. Il cast vocale è più alterno. Funziona assai bene il basso Roberto Lorenzi, che dopo Stravinskij nell’“Orfeo” fa Plutone e anche il Mercurio recitante del Prologo; Chiara Mogini canta bene ma è più flebile. A Matteo Falcier toccano le due parti tenorili. E qui va notata una curiosa caratteristica degli operisti della generazione dell’Ottanta: sempre a fare le pulci al melodramma verista, però appena compare un tenore, succede non solo con Casella ma anche, per esempio, con Respighi, gli scrivono delle parti micidiali tutte impiccate sul passaggio di registro con sotto un’orchestra nutrita, come un Andrea Chénier nell’Ade. Falcier non ha forse il volume richiesto, ma regge la tessitura riuscendo a essere anche espressivo.

La regista è in realtà una coreografa, Jean Renshaw. In “Pulcinella”, fa piazza pulita di tutte le maschere e veste tutti nei consueti similArmani (niente cappottoni, però, perché devono ballare), magari spiazzando un po’ chi si aspettava Tiepolo, poi cerca un difficile collegamento con “La favola d’Orfeo”. Il risultato è uno spettacolo elegante, essenziale, curato, molto minimalchic nel suo perenne bianco e nero.

Sulle coreografie ammetto di non saper che dire: per me valutare un balletto è un po’ come chiedere a un cieco di raccontare l’arcobaleno a un sordo. Mi sono piaciute, ma è un giudizio modello Facebook, pollice su o giù senza spiegazione e con poca cognizione. In ogni caso, lo spettacolo funziona, l’oretta e mezzo scorre, Stravinskij-Pergolesi ovviamente lo si conosceva, Casella-Poliziano no ma valeva la pena di conoscerlo. Un festival che fa il suo mestiere, insomma.

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