Una compagnia aerea fallisce, i velivoli vengono venduti, i dipendenti perdono il lavoro. Ma restano le mail che si sono scambiati, i messaggi nelle chat aziendali, i documenti che hanno scritto. Google ha offerto 10 milioni di dollari per acquistare l’archivio digitale di Spirit Airlines, la compagnia low cost americana che ha cessato le operazioni lo scorso maggio. L’obiettivo è utilizzare quei dati per migliorare i propri prodotti e addestrare modelli di intelligenza artificiale.
Google ha vinto l’asta ad agosto, superando un’offerta da 7,5 milioni di dollari di Mercor, società specializzata nella fornitura di dati per l’addestramento dell’AI. L’accordo non è però ancora definitivo e nessun dato è stato trasferito. Il materiale comprende circa 100 milioni di mail, 500 milioni di messaggi scambiati su Microsoft Teams, milioni di documenti conservati su OneDrive e SharePoint, calendari, fogli di calcolo, codice software e informazioni sulle operazioni della compagnia. Ci sono anche registri relativi ai dipendenti, contratti di lavoro e documentazione sulle retribuzioni e sulle presenze. Restano invece esclusi gli archivi personali dei circa 97 milioni di passeggeri e dei clienti dei programmi fedeltà.
Il problema dei dati dei dipendenti
È proprio questa trasformazione delle comunicazioni di lavoro in una risorsa commerciale a rendere il caso delicato: mail e messaggi sono stati prodotti dai dipendenti per svolgere le proprie mansioni, non per contribuire all’addestramento di un’intelligenza artificiale. L’azienda di Mountain View sostiene di non voler acquistare informazioni personali e che i dati che consentono di identificare le persone saranno esclusi oppure resi anonimi da una società indipendente prima della consegna.
Su questo punto si concentrano le contestazioni dei sindacati. L’Association of Flight Attendants-CWA, che rappresentava oltre 5.500 assistenti di volo di Spirit, ha presentato un’opposizione formale. Il contratto prevede infatti che i dati mantengano la cosiddetta «integrità referenziale», cioè i collegamenti tra informazioni contenute in archivi differenti. Una caratteristica utile per analizzare il funzionamento dell’azienda, ma che secondo il sindacato potrebbe consentire di risalire all’identità di singole persone incrociando documenti, turni, mansioni e comunicazioni. Togliere il nome di un dipendente da un messaggio, insomma, non significa necessariamente renderlo irriconoscibile: se contiene riferimenti a un particolare volo, a un turno o a un episodio disciplinare, potrebbe essere possibile ricostruire chi lo abbia scritto o a chi si riferisca. Anche il sindacato dei piloti ALPA ha contestato l’operazione.
Il caso
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L’intervento del Congresso
L’8 ottobre la controversia è arrivata al Congresso. 121 membri della Camera e del Senato hanno indirizzato una lettera agli amministratori delegati di Google e Spirit, in cui chiedono di introdurre garanzie prima del trasferimento, escludendo quante più informazioni possibili sui dipendenti e proteggendo i dati medici, quelli sulle disabilità, i procedimenti disciplinari e le retribuzioni. Chiedono inoltre che i lavoratori partecipino alla definizione delle procedure di anonimizzazione, che una verifica indipendente accerti la riservatezza dei dati e che Google sia sottoposta a limiti precisi sul loro utilizzo. “L’innovazione non dovrebbe avvenire a spese della privacy dei lavoratori o della riservatezza delle informazioni che erano tenuti a fornire come condizione del loro impiego”, scrivono i parlamentari. Eliminare gli identificativi diretti, sostengono, non basta necessariamente a rendere anonimo un archivio quando sistemi avanzati possono individuare collegamenti tra informazioni apparentemente separate.
Google ribadisce che non riceverà dati personali identificabili e sostiene che l’operazione non riguardi la vendita di informazioni personali dei consumatori; il prossimo 6 novembre il giudice dovrà stabilire se le garanzie previste siano sufficienti per autorizzare la vendita. Il caso Spirit Airlines pone però una questione che va oltre il fallimento di una compagnia aerea. Per anni le aziende hanno accumulato enormi archivi digitali come conseguenza delle proprie attività. Con l’intelligenza artificiale quelle informazioni possono acquisire un valore economico autonomo, anche quando l’impresa che le ha raccolte non esiste più.
Il caso
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Dai chatbot all’AI agentica
Non è la prima volta che dati raccolti per uno scopo acquistano un valore diverso grazie all’AI. Niantic, per esempio, ha utilizzato le scansioni del mondo reale raccolte attraverso Pokémon Go e altri giochi per sviluppare un modello geospaziale capace di ricostruire e comprendere gli ambienti fisici. Google non ha specificato quali modelli intenda addestrare né come utilizzerà l’archivio, però non ci vuole molto a immaginarlo. Se libri, siti web, commenti e conversazioni sono stati fondamentali per insegnare ai chatbot a comprendere e produrre linguaggio, con la diffusione dell’AI agentica diventano preziosi anche i dati che raccontano come funzionano organizzazioni complesse: come si prendono decisioni, come si risolvono problemi, come le persone collaborano e come un’azione produce una reazione all’interno di un’azienda. Centinaia di milioni di mail e messaggi di una compagnia aerea fallita possono così trasformarsi da archivio aziendale in materiale per insegnare alle macchine come si lavora.

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